« Il mito infatti non è mai esaurito – c’è sempre un’altra versione da leggere, il mito non è mai concluso – c’è sempre un’altra versione da scrivere».

Il mito di Medea è stato peregrino quasi quanto Medea stessa.
Oggi Medea è soprattutto questo: l’insieme delle varianti e dei punti di vista. Punti di vista che se da un lato scoprono qualcosa in più di Medea, dall’altro sono specole che gettano uno sguardo in più proprio sugli stessi autori.

Da un lato la Colchide, da un lato la Tessaglia.
Da un lato Medea, figlia del re dei Colchi Eeta e discendente dal dio Sole. Nipote della maga Circe e figlia di Ecate, dea degli incantesimi.
Da un lato Giasone, figlio del re Esone, detronizzato dal fratellastro. Per riottenere il regno, Giasone deve arrivare alla Colchide e recuperare il mitico Vello d’oro.
Questo cimelio prezioso unisce i due destini: Medea interviene in aiuto dell’eroe, che da solo non potrebbe portare a termine l’impresa. Sfidando l’ira del padre, la principessa delle scienze occulte, conduce Giasone alla conquista del vello; poi gli amanti fuggono insieme, offrendo anche la vita di Apsirto, fratello di Medea. E sulle modalità di questo sacrificio, il mito offre infinite varianti.
Il legame tra Medea e Giasone nasce connotato pesantemente e sotto il segno della trasgressione.

Quindi la fuga: la donna segue Giasone fino in Tessaglia, e diventa lei straniera, lei barbara. Nonostante il vello, all’eroe non viene consegnato il trono dallo zio e Medea ne causa la morte: nuovo evento funesto, nuova fuga.
Questa volta si rifugiano a Corinto. Qui ha inizio la sequenza dell’abbandono. Giasone tradisce Medea con la figlia del re e la donna offesa si vendica distruggendo la dinastia regnante. Nella furia di Medea, anche i figli avuti con Giasone trovano la morte, incerte -incerte a seconda della riscritture- sono le circostanze.

Si dice che il mito di Medea non abbia limiti di spazio e di tempo, eppure possiamo risalire almeno ad una probabile origine. La prima occorrenza è in Esiodo, poi il mito è menzionato anche in Pindaro, Apollonio Rodio, Ovidio; ma è Euripide, dedicando al personaggio e al mito un’intera tragedia, a inaugurare una vera e propria tradizione.
Euripide è forse il primo a consegnare l’immagine della madre assassina; ovvero, dopo Euripide, Medea non può essere raccontata al di fuori di quel gesto. Ma in Euripide Medea è anche discendente del dio Sole, e per questo, compiuto l’efferato infanticidio, può elevarsi su tutti con autorità: il mito riassorbe il personaggio, ma non ne scioglie l’ambiguità di fondo, le contraddizioni. Euripide consegna alla storia un problema: è ancora possibile per i posteri una soluzione ex machina?

La lettura senecana della tragedia è figlia di un altro tempo e mostra in filigrana l’intento religioso e moralistico del suo autore. Medea è un personaggio infernale e Seneca, con il suo dramma, non fa che rendere esplicita la sua natura. È una Medea nera, per la quale non esiste attenuante alcuna.

Con Grillparzer, siamo nel 1821, in stagione romantica cioè, la tragedia ha un’appendice nuova, pur non misconoscendo l’infanticidio euripideo. Nell’atto finale, infatti, Giasone e Medea, esuli e raminghi, iniziano un solitario cammino di espiazione: è una visione romantica, contraria alla rappresentazione del male senza rimedio.

In Grillparzer si affaccia anche un altro tema, centrale nel mito riscritto da Corrado Alvaro: la storia degli stridori tra civiltà diverse.

Medea mi è parsa un’antenata di tante donne che hanno subìto una persecuzione razziale, e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da nazione a nazione, popolano i campi di concentramento e i campi di profughi. Secondo me, ella uccide i figli per non esporli alla tragedia vagabondaggio, della persecuzione, della fame: estingue il seme di una maledizione sociale e di razza, li uccide in qualche modo per salvarli, in uno slancio disperato di amore materno

Così la presenta lo stesso Alvaro. Ovvero, il contrasto fra civiltà è l’elemento catalizzatore nella favola moderna: del resto, siamo all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.

Una lunga tradizione, quasi unanimemente accettata e condivisa, vuole i nomi dei miti non un segno opaco, bensì un ricettacolo denso di rimandi. Insomma, un significante non arbitrario. Il nome Medea adombra nel suo etimo il verbo greco medomai che significa io medito, io macchino, e dunque fa riferimento ad un lavorio della mente dalle conseguenze più o meno nefaste. E cioè può significare saggezza, come sinistra scaltrezza. L’ambivalenza, fin qui ipotizzata, sembra confermata dall’etimo latino: medeor significa curare, rimediare, donde il medico. Un nome ambiguo, un’ambiguità che nessuna riscrittura nei vari secoli ha saputo sciogliere e risolvere.

«Adesso però i viaggi erano finiti, o almeno così le aveva detto il Messaggero. Lei ora si sentiva leggera come una luce, come un soffio di vento, e quando era scesa dal carro l’erba non si era piegata sotto i suoi piedi. Ma era inquieta. Davvero sarebbe vissuta in beatitudine nelle isole dei Beati? Lei, Medea, sarebbe stata Beata? Scosse la testa, forse avrebbe potuto esserlo la ragazzina che nella reggia di Eeta si era nascosta dietro le spalle di suo padre, ma lei? Dopo tutto quello che era accaduto nella sua vita, non poteva esserci beatitudine per Medea».


frase pubblicizza: Medea e il viaggio nei secoli del mito.

FONTI
Fonte 1: Medea, variazioni sul mito, a cura di Maria Grazia Ciani, Venezia, Marsilio, 2003.
Fonte 2