Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Canto VI, Purgatorio D. Alighieri

I versi qui sopra citati rimandano al sesto canto del Purgatorio, la seconda delle tre cantiche che compongono La Divina Commedia, scritta all’inizio del Trecento da Dante Alighieri. Il Purgatorio è il luogo in cui le anime espiano i propri peccati prima di poter essere ammessi all’interno del Paradiso. In questo Canto Dante incontrerà l’anima di Sordello da Goito che, una volta sentita l’origine mantovana del poeta Virigilio, abbandona ogni alterigia e si avvicina volentieri al poeta dell’Eneide e a Dante, accompagnandoli per due canti all’interno del loro viaggio verso il Paradiso.

Il poeta è solito parlare, all’interno della Commedia, delle vicende politiche che interessano il paese e ad esprimere la sua opinione riguardo la situazione in cui verte il paese e soprattutto in cui egli stesso si trova in quanto esule dal 1301 fino alla morte nel 1321.

In questo particolare Canto, Dante afferma un pensiero già espresso all’interno del suo trattato Monarchia: esorta il paese a farsi governare dall’imperatore invece che cadere nelle mani di persone incapaci e cadere nella perdizione assoluta. Arriva perfino ad accusare l’imperatore, Alberto I d’Asburgo, di aver abbandonato l’Italia e averla lasciata allo stato “brado”.

La trattazione politica, e in particolare l’argomento italiano, è in piena simmetria con il resto della Commedia: nel VI canto dell’Inferno Dante ha parlato della propria città, Firenze, mentre nel VI del Paradiso, affronterà il tema dell’Impero, rendendo graduale l’aumento di tono in base al luogo e allo stile che adotta in ogni cantica. Dante, in particolar modo, utilizza un’immagine ferina per descrivere la situazione in cui si ritrova il paese: è come un cavallo che dev’essere domato e invece viene lasciato libero e selvaggio, rischiando così di diventare pericoloso.

Questa immagine, già usata sia nella sopracitata Monarchia (III, 15) e nel Convivio (IV, 9) è in polemica in particolar modo nei confronti dei Comuni italiani che si rifiutano di sottomettersi all’autorità imperiale, rifiutando quindi il riconoscimento di un potere temporale nato per assicurare il proprio rispetto delle leggi.