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26 settembre 2018

Racconti Campianesi: il rito mai perduto di Ermanna Montanari.

Racconti Campianesi: il rito mai perduto di Ermanna Montanari.

Tra le svariate occasioni proposte da “Aria – festival di teatro”, la città de L’Aquila ha la possibilità di accogliere Le Albe, per la seconda volta, in un lungo e stretto incontro raccolto nel rosso e nel legno dell’Auditorium di Renzo Piano.

Per Grotowski il lavoro dell’attore consiste nel donare se stesso, solo così ha la possibilità di compiere il vero atto sacro.
Abbiamo la presunzione di dire che Ermanna Montanari, prima con la scrittura e poi con la lettura di Racconti Campianesi, ci ha donato uno dei più oscuri e luminosi tra i numerosi pezzi del suo personalissimo mosaico.
Un piccolo libro di segreti, che procede con la ritualità di un antico messale, Racconti Campianesi può vestire i panni di una lettura da comodino o del piccolo prontuario per le situazioni difficili da tenere sempre in borsa.
Per coloro che già si erano avventurati nella lettura silenziosa e assorta dei racconti, per coloro che avevano già visualizzato nel loro viaggio di lettori la malinconica Campiano (luogo natio dell’attrice), ecco che tutto ha un sapore inaspettato e diverso – a tratti comico e divertito – se plasmato dalla voce di Ermanna.
Icona e pilastro del teatro contemporaneo italiano, Montanari con la sua eleganza ferrosa e marmorea si rivela a noi donna matura, adolescente sognante, bimbetta crudele e assassina, creatura in fasce.
Perché dimenticare l’odore del passato?
L’odore della periferia ti rimane addosso, portarlo come una puzza che riaffiora nei tuoi incubi peggiori o custodirlo gelosamente come un profumo lontano, è solo una questione di scelte.
La scelta di Ermanna è la custodia consapevole di un’infanzia dal ritmo lento, che scorre tra silenzi liturgici e imposti, accompagnati da pane secco e conserve, calle bianche e cimitero; dei silenzi, questi, che trasformano le segretezze in demoni, e i demoni in confidenti privilegiati. Sistemati come in un vecchio baule, in mezzo alle mele cotte e alle visioni incandescenti, tra questi racconti ci sono tanti piccoli rituali, che siano essi fedeli al fieno, alla terra, alla stalla o al lancio di rose secche che bruciano ogni anno nello stesso giorno.

Nella stufa, si sa, vive qualcosa di insaziabile, che essa contiene, esprimendo con la sua forma una grande calma, che fa luce

Ermanna è un mirabile scarabocchio ( El mi scaraboc, secondo il grottesco affetto paterno) che continua ad interrogare la terra e cercare nelle sue profondità prefigurazioni del futuro, e la sua voce, sottile e massiccia, non risuona più solo nel pozzo, nella sala in cui la ascoltiamo questa sera, ma diventa immagine, figura, feticcio. Prodigiosa e di sorprendente tecnica, ella si insinua tra la muffa e le foto dei santi della camera da ricevere, quel luogo che è stato il primo (e forse anche l’unico, perché ricorrente) suo vero palcoscenico, dove i debutti, spesso forti della loro solitudine, continueranno a ripetersi senza sosta come una sublime litania che a noi piace poter ascoltare.


 

 

 

 

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