“Pasolini non è un uomo di teatro […], è un uomo che scrive testi teatrali“.

Va tenuta sempre ben presente questa affermazione quando si parla di Pasolini autore di teatro. Pier Paolo Pasolini, infatti, noto soprattutto come scrittore e secondariamente come regista, non si è tenuto lontano nemmeno dall’attività di scrittura di testi teatrali.

Il primo dramma, intitolato La sua gloria, lo scrive nel 1938. Seguono Edipo all’alba (1942), I Turcs tal Friul (1944), I fanciulli e gli elfi (1944-5), La poesia o la gioia (1948), Un pesciolino (1957), Vivo e Coscienza (1963), Italie magique (1964-1965), Orgia (1966-67), Pilade (1966-70), Affabulazione (1966-70), Porcile (1967-72), Bestia da stile (1966-74), Calderòn (1967-73). Quest’ultimo è stato l’unico dramma teatrale pubblicato in vita da Pasolini (con Garzanti, Milano).

Nel teatro pasoliniano, i personaggi sono sempre il riflesso dell’autore stesso. Pasolini è sempre il vero e unico protagonista. 

È interessante notare come, nonostante Pasolini sia stato autore di diversi drammi teatrali, in realtà non amasse affatto il teatro italiano. I motivi del suo astio risiedono in una questione prettamente linguistica: infatti, Pasolini riteneva che gli attori del teatro italiano usassero un italiano medio non esistente nella realtà. Mancava, cioè, quella mimesi e quella autenticità che Pasolini ha sempre voluto riproporre, sia nella sua letteratura sia nel suo cinema. Allo stesso modo, trovava fastidiosamente inautentici e stereotipati anche le idee e i sentimenti che si facevano largo dietro al drappo rosso.

Il 1968 è una data importante per il teatro pasoliniano: in quest’anno l’autore pubblica il suo Manifesto per un nuovo teatro, in cui teorizza appunto il suo teatro.

L’espressione che descrive in modo più efficace il teatro pasoliniano è “teatro di parola”. “Teatro di parola” significa che ciò che conta sono le idee espresse da attori colti; significa che ciò che conta è la parola, che deve ritrovare il suo spazio tra urla e chiacchiere che rischiano di nasconderla e soffocarla. Da questo punto di vista, l’ispirazione di Pasolini viene soprattutto dalla tragedia greca. Gli attori devono avere la stessa cultura dell’autore, per poter comprendere a pieno e interpretare efficacemente il testo che sono chiamati a recitare. Lo stesso vale per gli spettatori: in questo modo, dopo la visione – che per Pasolini non è mai uno spettacolo, ma piuttosto un “rito culturale” – ci potrà essere un fecondo dibattito.

Torna, dunque, in Pasolini autore di teatro, quell’esigenza di verità e di aderenza alla realtà che per l’autore si sono sempre dimostrate imprenscindibili e necessarie. Esigenze che, nel mondo del teatro, prendono forma in un ritorno della parola come elemento centrale da portare sulla scena, mettendo in secondo piano costumi, scenografie, urla, chiacchiere e stereotipi.

 


FONTI

Prefazione di Guido Davico Bonino a Pier Paolo Pasolini. Il teatro, Garzanti, Milano, 1973.

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