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18 agosto 2018

Cartesio: la modernità in 3 mosse

Cartesio: la modernità in 3 mosse

La modernità è un animaletto schivo e sfuggente che vende cara la propria pelle. Per questo non in tutti i paesi e in tutte le discipline è stata catturata nello stesso momento. Per esempio la storia riuscì ad acciuffarne un esemplare solo nel 1492 (anche se non mancano le polemiche al riguardo, ovviamente). La filosofia invece, buonanima, dovette aspettare fino al XVII secolo.

Il bracconiere della modernità in filosofia è senza dubbio René Descartes, o Renatus Cartesius, o Renato Cartesio o ancora Renato delle Carte (insomma, fate come vi pare). Comunque lo vogliate chiamare, tre cose son certe: nasce nel 1596; muore nel 1650; la sua frangetta farebbe faville sugli odierni red carpet.

Col bel René abbiamo quindi il primo pensatore moderno. Sentire Hegel per credere:

“Si giunge così alla filosofia moderna in senso stretto, che inizia con Cartesius. Qui possiamo dire di essere a casa […]. Cartesius segna un nuovo inizio in tutti i campi. Il pensare, il filosofare, il pensiero e la cultura moderna della ragione cominciano con lui.”

La sua strategia di caccia alla modernità non è semplicissima, ma possiamo provare comunque a riassumerla in 3 mosse. Ci piace pensare che il diretto interessato avrebbe apprezzato lo sforzo.

1. Il metodo

Col suo Discorso sul metodo (1637) Cartesio sviluppa un impianto metodologico davvero innovativo. Prendendo spunto dal metodo matematico, cerca di dare all’indagine filosofica e scientifica un rigore tutto nuovo. Le regole fondamentali sono 4.

Innanzitutto l’evidenza:

“Il primo era di non prendere mai niente per vero, se non ciò che io avessi chiaramente riconosciuto come tale; ovvero, evitare accuratamente la fretta e il pregiudizio, e di non comprendere nel mio giudizio niente di più di quello che fosse presentato alla mia mente così chiaramente e distintamente da escludere ogni possibilità di dubbio.”

La regola dell’evidenza è ben riassunta dal motto “giudico falso tutto ciò che è solo verosimile”. Si tratta del cosiddetto scetticismo cartesiano. In buona sostanza Cartesio vuole raggiungere la massima certezza conoscitiva possibile, in maniera tale da evitare anche il più piccolo degli errori. Pertanto tutto ciò che non raggiunge questo standard di distinzione e chiarezza è da scartare come fosse falso.

Poi l’analisi:

“Il secondo, di dividere ognuna delle difficoltà sotto esame nel maggior numero di parti possibile, e per quanto fosse necessario per un’adeguata soluzione.”

Dividere un problema complesso in parti più semplici può essere una buona strategia. Sembra una banalità oggi, ma allora non lo era affatto.

Quindi la sintesi:

“Il terzo, di condurre i miei pensieri in un ordine tale che, cominciando con oggetti semplici e facili da conoscere, potessi salire poco alla volta, e come per gradini, alla conoscenza di oggetti più complessi; assegnando nel pensiero un certo ordine anche a quegli oggetti che nella loro natura non stanno in una relazione di antecedenza e conseguenza.”

Nient’altro che il processo inverso rispetto all’analisi. Ciò significa semplicemente ricomporre il problema passaggio dopo passaggio.

E infine l’enumerazione:

“E per ultimo, di fare in ogni caso delle enumerazioni così complete, e delle sintesi così generali, da poter essere sicuro di non aver tralasciato nulla.”

Enumerazione. Parola difficile per un concetto piuttosto facile. Si tratta di passare in rassegna i passaggi precedenti per sincerarsi di non aver commesso errori o omissioni.

Bene, questo è il metodo col quale il nostro bracconiere con la frangia avvicina la modernità, metodo che segna profondamente la storia della filosofia e della scienza dei secoli a venire.

2. Il cogito

La seconda mossa di caccia è il cogito (no, non è una categoria di Pornhub) e la troviamo nelle Meditazioni metafisiche (1641). Come abbiamo visto (prima regola del metodo, l’evidenza), Cartesio vuole essere sicuro di non ingannarsi mai, e per far ciò si vede costretto a scartare tutto ciò che appaia anche solo minimamente dubbio.

Per illustrare questo aspetto il bel René usa la celebre metafora del cesto di mele. Dal momento che potrebbe bastare una sola mela marcia a guastare l’intero cesto, l’unico modo per assicurarsi che ciò non avvenga è svuotare il cesto e poi riempirlo solo con le mele della cui bontà siamo assolutamente certi. Allo stesso modo Cartesio si propone di sbarazzarsi di tutte le credenze, dalle più solide alle più dubbie, in maniera tale da salvare solo ciò che è davvero degno d’esser creduto.

Risultati immagini per cesto di mele cezanne

Paul Cezanne, Il cesto di mele, 1895

Mela dopo mela, credenza dopo credenza, rimane solo la certezza che io penso (in latino cogito). Questo non posso in nessun modo negarlo. Se anche ci fosse un Dio ingannatore o un genio maligno che, in mancanza di meglio da fare, trascorresse il suo tempo a burlarsi di me, rimarrebbe comunque il fatto che io penso. Infatti per essere ingannati circa il fatto di pensare bisogna comunque pensare in qualche modo, no? L’inganno è pur sempre una forma di pensiero. Ecco allora che la soggettività pensante rientra dritta dritta nel cesto delle mele.

Da qui il passaggio al celebre cogito, ergo sum (“penso, dunque esisto”) è breve. And it goes like this:

  1. Io penso
  2. Tutto ciò che pensa esiste
  3. Quindi io esisto

Là. Con pochi accorgimenti siamo riusciti a ottenere la certezza di pensare e quella di esistere. Niente male. La soggettività ha ora delle basi solide. La modernità è sotto tiro.

3. Il dualismo

E veniamo quindi all’ultima mossa di questa battuta di caccia. Cartesio è convinto di avere una certezza immarcescibile (sic) del fatto che lui pensa. Di conseguenza deve ammettere l’esistenza di una res cogitans o sostanza pensante. Ma se è vero che tutto ciò che pensa esiste, non possiamo dire altrettanto del contrario: non tutto ciò che esiste pensa. E quindi anche una res extensa o sostanza estesa (in una parola, la materia) deve essere ammessa.

Separando le due sostanze, Cartesio orienta lo sviluppo della medicina per i secoli a venire. Il corpo, in quanto sostanza estesa, può finalmente essere studiato di per sé come se fosse una mera macchina, ossia secondo il modello del meccanicismo.

Il problema che si pone a questo punto è capire come nell’uomo (unico detentore della res cogitans, per Cartesio) le due sostanze distinte interagiscano. Si tratta dell’annoso problema mente-corpo. In che modo una sostanza immateriale può agire sulla materia? Bel ginepraio. Il nostro bracconiere non vi s’addentra troppo, si limita a osservare che probabilmente la connessione tra il pensiero e la materia debba avvenire nella ghiandola pineale. Risposta non proprio brillantissima, ma la domanda fece epoca, e infatti se ne dibatte animatamente tutt’ora.

Ma ciò che più conta è che la modernità è bella che stecchita e pronta per esser cucinata dai posteri.

 


FONTI

Fred Feldman, A cartesian introduction to ethics, McGraw-Hill, New York 1986

Discorso sul metodo – Wikipedia

Cartesio, Alberto Peratoner (a cura di), Corriere della Sera – Grandangolo, Milano 2014

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