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15 agosto 2018

“Generation Kill”: i millennials in guerra

“Generation Kill”: i millennials in guerra

Con l’attacco al Pentagono e alle Twin Towers l’11 settembre 2001, divenne chiaro a tutti che il terrorismo d’oltreoceano non andava più preso alla leggera. Fu il casus belli perfetto per George W. Bush per far partire l’offensiva iraqena contro Saddam Hussein, sospettato di aver preso controllo di armi chimiche letali, di appoggiare il terrorismo islamico e di opprimere i cittadini. Il 20 marzo 2003, una massiccia forza di invasione composta prevalentemente da U.S. Marines attaccò ed occupò parte dell’Iraq.
Generation Kill” è una miniserie tratta dall’omonimo libro del giornalista di guerra Ewan Wright, che si offrì di accompagnare il 1° Battaglione Ricognitori nel corso della prima offensiva militare.

Fin dalle prime battute, risulta chiaro quanto l’invasione fosse stata pianificata in maniera scarna e approssimativa. I Marines (all’epoca tutti diciottenni) si ritrovarono in uno scenario desertico con uniformi e camuffamenti boschivi, con pochissime attrezzature anti-gas e mezzi ruotati vecchi e danneggiati. Per di più, salvo i Corpi della Morte di Saddam, la maggior parte del nemico era composta da civili armati e miliziani.
Trovandosi per la maggior parte del tempo ad effettuare missioni esplorative e di controllo del territorio, il 1° Marines non entrò quasi mai in diretto contatto con gli insorti, sebbene il loro battaglione abbia subito più agguati nel corso della guerra. Gli episodi più significativi si verificarono ad Al Gharraf, presso Nassiryah e all’aeroporto fuori Baghdad, dove un intero plotone si ritrovò isolato e senza provviste per colpa di un ordine sbagliato.

Più che sulla guerra in sé, la miniserie centra la sua attenzione su come i soldati hanno somatizzato la guerra e la violenza. Ispirati da una forte propaganda nazionalista, i Marines erano stati convinti che chiunque in Iraq fosse un potenziale nemico (cosa per altro vera, trovandosi loro stessi ad invadere il paese). Col proseguire dell’offensiva, i militari assistono in prima persona alla strage dei bombardamenti e agli omicidi ingiustificati. Non c’è quasi mai traccia dell’esercito regolare iraqeno, né delle tanto temute armi chimiche, che fanno inutilmente scattare l’allarme più volte. Uno degli episodi più sconvolgenti si verificò durante il turno di guardia ad un checkpoint, in cui un uomo, non parlando inglese, cercò di attraversare la strada con la sua famiglia; i Marines aprirono il fuoco d’istinto, crivellando l’auto di colpi e temendo che fosse un kamikaze. Come risultato, la figlia di cinque anni dell’autista fu colpita alla testa e morì, nello sgomento di alcuni soldati e nella gioia di altri, i più violenti del gruppo.
L’adrenalina dell’avanzare nel deserto, gli scontri a fuoco coi ribelli, la sola idea di occupazione galvanizzano i militari a livelli estremi, cancellando lentamente ogni traccia di umanità nella loro anima.  Wright, nel suo libro, si è descritto più volte come spaventato dalla ferocia dei soldati che aveva intorno, definendoli quasi degli animali, durante le fasi di azione.

La scena più significativa della miniserie è senza dubbio l’ultima; ad offensiva conclusa ed occupata Baghdad, uno dei soldati monta il video girato durante l’invasione e ne regala una copia ai suoi commilitoni, che si ritrovano a guardarlo tutti insieme.
Sulle note di “The Man Comes Around” di Johnny Cash, i fotogrammi iniziali mostrano esplosioni gigantesche, cannoneggiamenti, la macchina da guerra americana, mentre i soldati urlano di gioia dinanzi alla celebrazione della loro potenza. Poi, la cruda realtà appare su schermo: case che bruciano, corpi massacrati, donne e bambini uccisi pochi minuti prima dagli stessi soldati del plotone. I militari smettono di sorridere e l’espressione sul loro volto è di rammarico e tristezza, mentre lasciano silenziosamente la stanza uno dopo l’altro, disgustati.
L’unico a non andarsene è un soldato semplice, Trombley (il più giovane), che guarda rapito il video e dice “cazzo, è bellissimo” al suo capitano, il quale lo fissa preoccupato e spaventato per poi andarsene a sua volta.
Trombley rimane fino all’ultimo secondo, prima di imbracciare la sua mitragliatrice e di uscire di scena, sorridendo. Lui è la Generation Kill. Johnny Cash accompagna la sua uscita di scena con una frase iconica:

“And I heard a voice in the midst of the four Beasts
And I looked, and behold a pale horse
And his name that sat on him was death, and hell followed with him”

“E udii una voce in mezzo alle quattro Bestie,
E guardai e vidi un cavallo pallido,
E il nome di chi lo montava era Morte… E l’inferno la seguiva”.

Il video proposto nella serie è un montaggio di immagini reali raccolte durante l’offensiva dell’Iraq.


FONTI

IMdB

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