10 dicembre 2018

Come la modernizzazione ha salvato il Giappone

Come la modernizzazione ha salvato il Giappone

La modernità viene vista da alcune persone in maniera negativa mentre da altre in maniera positiva. Molti pensano che sia un qualcosa di dannoso per l’uomo e molti credono invece che gli sia utile. Non è facile dare una risposta e, probabilmente, entrambe le affermazioni sono vere. Tuttavia nel caso che osserveremo qui, la modernizzazione ha portato una nazione alla salvezza e le ha concesso la possibilità di diventare un grande Stato a livello mondiale. La vicenda che analizziamo è quella del Giappone, in particolare nel periodo che va dalla seconda metà del 1800 fino ai primi anni del 1900.

Il Giappone nel 1637 decise improvvisamente di isolarsi, così espulse tutti gli stranieri dal paese commerciando saltuariamente solo con la Compagnia olandese delle indie orientali. Il sistema di potere e la società vennero organizzati burocraticamente e in stile feudale. L’imperatore era privo di poteri dal punto di vista politico, tutto il controllo militare e governativo era in mano allo shogun (titolo ereditario di nomina imperiale conferito ai dittatori militari che governarono il Giappone tra il 1192 e il 1868) e alle sue decisioni. L’aristocrazia guerriera era formata dai samurai. Essi si ispiravano al legame personale fondato sulla fedeltà e alle virtù guerresche. Questa situazione però dopo due secoli era destinata a cambiare. Infatti, il paese era in una forte crescita economica. Così davanti alle coste giapponesi, cominciarono a comparire sempre più spesso navi straniere, in particolare russe, americane ed europee, interessate a un’apertura dei mercati giapponesi.

Questa pressione internazionale esterna crebbe fino ad arrivare nel 1853 a un punto di svolta. Durante quest’anno, il commodoro americano Perry riuscì a strappare un accordo, a cui seguirono numerose concessioni sempre più ampie da parte del popolo nipponico. Tutto ciò però avvenne sotto la minaccia che se il Giappone non si fosse piegato alle richieste americane, sarebbe stato impiegato l’esercito. Una sorta di diplomazia dei cannoni. Dopo la stipulazione di questi trattati ineguali avvennero le aperture di porti; furono erogati diritti ad aprire succursali e consolati; vennero concesse tariffe doganali fisse e, infine, fu aggiunta una clausola della nazione più favorita. Il paese si ritrovò così in pochi anni a essere impigliato in una rete di accordi sempre più vincolanti.

Samurai. Dinastia di nobili guerrieri

La situazione all’interno del paese ben presto degenerò. Una parte dei samurai cominciò una lotta contro gli stranieri, ma vennero presto sconfitti dagli invasori e da una parte filo-occidentale degli stessi samurai. Questi sconfissero lo shogun, si impadronirono del giovane imperatore Mutsuhito, gli fecero abolire nel 1868 lo shogunato e spostare la capitale da Kyoto a Edo (oggi Tokyo). Questo periodo venne chiamato restaurazione Meiji. Poi, negli anni 1870-73, il sistema feudale venne abolito e sostituito politicamente da prefetture. La società corporativo-gerarchica venne meno e i samurai dovettero rinunciare ai loro privilegi. Il governo ora era incentrato sull’imperatore.

L’obiettivo era quello di non fare la stessa fine della Cina (che venne divisa in varie zone d’influenza dalle potenze europee e quindi in sostanza totalmente loro succube). Allora l’imperatore decise di adottare i vari modelli occidentali e di ispirarsi a essi. Venne così promossa l’industria siderurgica e la cantieristica navale. Vennero adottate numerose istituzioni occidentali, inclusi un sistema legale, un esercito moderno e un sistema parlamentare su modello inglese. In sostanza il paese doveva in tutti gli aspetti diventare un simbolo di modernità. Inoltre il Giappone si affermò sul proprio territorio. Infatti, venne rivalutato l’Hokkaido (isola a nord del Giappone), dove venne compiuta una politica di popolamento. Vennero inoltre annesse tutte le isole circostanti che non facevano parte della nazione. Il piano quindi era quello di avere un totale controllo del proprio territorio e di ciò che lo circondava.

Ma la politica di modernizzazione non si fermò a fattori puramente interni. Perché il Giappone fosse riconosciuto come una grande potenza, si decise di espandersi anche al di fuori della propria area d’influenza. Il desiderio era quello di creare un impero coloniale, così da ottenere un forte prestigio internazionale. Lo sguardo andò in direzione della Corea, paese da molto sotto l’osservazione giapponese. Cominciarono allora a instaurarsi rapporti sempre più stretti con la penisola coreana, utilizzando la forza e le minacce, per far sì che aprisse i propri mercati in favore degli interessi nipponici (il Giappone evidentemente aveva imparato la lezione americana). Questa politica aggressiva tuttavia non poteva che portare dei contrasti all’interno della Corea. Nel 1894 scoppiò così una rivolta nella penisola e i coreani chiesero aiuto alla Cina per sedarla. Ma anche il Giappone inviò un suo contingente che, al termine della rivolta, non venne ritirato, causando prima le proteste cinesi, poi una vera guerra con la Cina. Il Giappone uscì vittorioso dal conflitto e riuscì a cacciare i cinesi dalla Corea, instaurando un governo filo-giapponese. Parte del bottino di guerra consistette nell’acquisizione di territori della Manciuria. La vittoria portò enorme prestigio su scala mondiale, consentendo al Giappone di liberarsi dai vincoli contrattuali presi nel 1853. Venne così sancita la tanto agognata parità nei confronti delle altre nazioni.

Mappa delle battaglie più importanti della guerra sino-giapponese

Il processo di modernizzazione tuttavia non terminò qui. Fra il 1889 e il 1913 il volume del commercio estero raddoppiò, la produzione dei generi alimentari aumentò di un terzo, la rete ferroviaria triplicò e la flotta mercantile crebbe a dismisura. Venne emanata nel 1889 una costituzione all’avanguardia, su modello tedesco, dopo vari viaggi di studio e di formazione all’estero. Il Giappone riuscì a far sue le migliori novità sul piano internazionale mandando i suoi studenti e funzionari a studiare al di fuori del paese. Tutte le conquiste globali nei vari campi e settori vennero assimilate dai giapponesi, facendo così della loro nazione un simbolo di modernità. Lo scopo era quello di trarre il meglio dal meglio. Vennero così presi a esempio gli inglesi per la flotta, le ferrovie, i telegrafi e per l’edilizia pubblica. Per la diplomazia, le poste, l’istruzione e l’agricoltura si prese spunto dagli americani. E per le forze armate e il diritto si imitarono i tedeschi. Quindi il governo ebbe grande disponibilità nel recepire gli influssi stranieri.

La modernizzazione portò il paese a essere competitivo, non aveva nella da invidiare alle altre potenze mondiali, anche sul piano militare. Infatti, nel 1904, il Giappone riuscì a sconfiggere la Russia in una guerra che scoppiò dopo varie scaramucce per il controllo della Manciuria e della Corea. I russi da tempo erano preoccupati per la ferrovia Transmanciuriana ed erano pronti a tutto per difenderla. Da qui ne nacque la rivalità che dopo anni portò i due paesi al confronto diretto del 1904, che vide il Giappone vincitore. Dopo questo successo, avvenne una crescita esponenziale del rispetto e del prestigio, tutti i paesi iniziarono a temere lo strapotere giapponese. Tutto ciò portò negli anni successivi all’annessione della Corea, nel 1910, e alla partecipazione a fianco dell’Intesa nella Prima Guerra Mondiale. Dopo il successo anche in quest’ultima, la sua influenza si fece sentire in tutto il continente asiatico. Era senza dubbio alla pari delle altre potenze europee e non. Ma questa sua brama di espansione e la ricerca continua di un riconoscimento internazionale lo portarono a schierarsi con l’Italia e la Germania nella Seconda Guerra Mondiale, subendo quindi quella che venne vista come una catastrofe senza precedenti.

Immagine che ritrae un assalto giapponese nella guerra contro la Russia

Il Giappone, in conclusione, può essere preso come esempio di una nazione che, grazie all’intelligente scelta di puntare tutto sulla modernità, riuscì a scampare a un periodo storico in cui le potenze europee si spartivano tutto il globo. Basta vedere cosa accadde in Cina o nell’Africa alla fine dell’Ottocento. La sua capacità di adeguarsi alle altre potenze prendendone il meglio, unita a una politica interna tesa a un accentramento del potere, fece sì che in pochissimi anni il Giappone da possibile colonia da sfruttare e dominare divenisse lui stesso una potenza coloniale a tutti gli effetti, con un efficiente sistema politico e un’economia solida e ricca. Questa capacità di rialzarsi da una situazione tragica tramite una modernizzazione si riprodusse poi anche dopo la sconfitta della Seconda Guerra Mondiale. La modernizzazione fu sempre un aspetto importante per la storia giapponese e diede nuova linfa vitale nel momento del bisogno.

 


FONTI

Wolfgang Reinhard, Storia del colonialismo, Einaudi 2002

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