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16 ottobre 2018

L’importanza dell’anonimato: il caso di Liberato

L’importanza dell’anonimato: il caso di Liberato

Le teorie sull’identità di Liberato, dall’uscita dei suoi ultimi brani Intostreet e Je te voglio bene assaje, sono sbocciate come tante rose rosse durante il mese di maggio. Quella che colpisce di più è sicuramente quella che vedrebbe l’artista partenopeo come un carcerato minorenne di Nisida, affidato a un progetto musicale di riabilitazione. Per quanto gli indizi siano moltissimi: il nome stesso “Liberato”, la forma dell’isola di Nisida ricorda una rosa (simbolo dell’artista), i vari riferimenti nei suoi testi, il suo arrivo via mare al concerto di Napoli; rimane un’ipotesi estremamente fantasiosa e assurda, che però fa venire letteralmente la pelle d’oca e commuove un po’.

In fondo per tutti noi la musica è un mezzo per evadere dal carcere dei nostri problemi e dalla quotidianità. Se, poi, rileggiamo i testi di Liberato in questa chiave e immaginiamo che i versi

“Nove maggio t’hê scurdato / T’hanno visto ca turnave ‘nzieme a ‘n’ato”

siano stati scritti per l’amata che si rifà una vita durante la separazione dettata dal carcere è impossibile non sentire il cuore stringersi e non compatire l’artista. E questa tendenza a provare un sentimento di malinconica commozione è in fondo proprio tipica di gran parte dell’arte partenopea. Il patetismo è sempre stata una forte tendenza nella letteratura napoletana, tanto che il critico De Sanctis descrive così il suo compatriota napoletano Torquato Tasso:

“Ingegno napolitano, […] gli abbonda quel senso della musica e del canto, quel dolce fantasticare dell’anima tra le molli onde di una melodia malinconica insieme e voluttuosa, che trovi nelle popolazioni meridionali, sensibili e contemplative”

Questa tendenza partenopea ai sentimentalismi però è presente anche nella cultura pop dei giorni nostri, nelle serie tv come Gomorra o in maniera del tutto esasperata nella musica neomelodica.

Questo tentare di raccontare storie a tutti i costi strappalacrime, però può portare a raccontare storie un po’ troppo assurde, che conducono a congetture come questa relativa all’identità di Liberato. I molti, che come me, con la lacrimuccia dettata dall’idea di un giovane carcerato che da dietro le sbarre fa sognare un sacco di fan, resteranno  forse delusi avendo aperto questo articolo nella speranza di conoscere una nuova ipotesi strampalata. Dopo quell’attimo di commozione, mi sono infatti chiesta: è davvero così importante scoprire chi è Liberato? Questo artista ha fatto davvero dell’anonimato la propria bandiera, è vero, ma non è solo questo. Liberato riprende la grande tradizione della musica napoletana fondendola con l’hip hop più contemporaneo. È neomelodico e romantico, ma mai troppo patetico. Canta in dialetto ma si apre anche all’inglese. Inoltre, in Liberato c’è anche tanta poesia:

“Care ncopp ‘o golfo ‘na stella […] guarda ‘e fuoche abbascie Furcella”

Conoscere il vero nome di Liberato non gli toglierebbe tutto questo, perché, citando proprio uno dei più grandi poeti della letteratura mondiale:

Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.”


 

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