Vi siete mai chiesti perché per tutta la scuola dell’obbligo vi siete dovuti smazzare pagine e pagine di racconti antologizzati, romanzi da leggere in classe, storie da inventare, trame di libri da dover conoscere, versi danteschi da imparare a memoria? Sicuramente in qualche episodio rimosso della vostra vita, in preda alla più nera disperazione, avrete scritto sul vostro profilo facebook che Petrarca doveva evitare di prendere i voti per copulare di più e lasciar liberi i poveri alunni da quel gigantesco trituramento di gameti che è il Canzoniere. Oppure avrete pensato al Giacomo Mai Una Gioia che era talmente sfigato che davvero non si capisce perché sia diventato tanto famoso.

Insomma, quale ruolo educativo può avere la letteratura, quando diventando ingegneri astrofisici possiamo andare nello spazio e scoprire il ritorno venoso cerebrale in microgravità? Oppure potremmo studiare informatica, e diventare ricchi sfondati come Zuckerberg o Bill Gates. Con tutte le cose che ci sono al mondo non si comprende perché sia così importante sapere che Dante a un certo punto della sua vita si è perso in un bosco, ha incontrato Virgilio e se n’è andato a fare un bel giretto all’inferno. Cosa ci insegna il testo letterario?

 

LA LINGUA

Sì, questo punto era abbastanza prevedibile e scontato, dopotutto. Leggere ci getta dentro al mostruoso e complicato abisso linguistico, allena la nostra capacità elocutoria, induce a cercare nuove parole e ad arricchire la nostra gamma di pensieri e sentimenti, rendendoli infinitamente più complessi. Grazie tante, non ci voleva una laurea per arrivarci. Eppure la nostra lingua madre, sempre in bilico su un delicatissimo e asimmetrico equilibrio tra conservazione e mutamento, è stata forgiata direttamente dalla superbissima e arrogante penna di Dante. Il quale si era un po’ rotto di avere volgari diversi che spuntavano da ogni parte come funghi, non ci si capiva nemmeno tra Firenze alta e Firenze bassa. E così impariamo a memoria quei versi rivoluzionari che volevano imporre una lingua capace di parlare dell’uomo, dell’inferno e di Dio. Quella lingua, raffinata e limata da tutte le altre penne che l’hanno adoperata successivamente, è la stessa con cui oggi diciamo che il/la nostro/a ex ha una testa piena di merda. Ed è anche la stessa che utilizziamo per esprimere la potenza dei nostri sentimenti quando ci innamoriamo.

A livello cognitivo, il nostro cervello acquisisce la capacità di distinguere i tumulti interiori che lo agitano, poiché grazie alla letteratura dispone delle etichette con cui nominare l’instabile amalgama del sentimento. E le cose incomprensibili del mondo possono essere accolte, comprese ed elaborate proprio perché abbiamo sottomano lo strumento linguistico con cui afferrarle. E grazie al quale possiamo ricordarle.

In sintesi, leggere perfeziona la nostra abilità di nominare il mondo, e di sentirci parte di esso, poiché la lingua è il modo in cui tentiamo di ridurlo in una misura sufficientemente accessibile per la nostra mente. È la necessaria mediazione, asimmetricamente concreta e astratta, che ci permette di relazionarci con gli altri e con la vita. Mica bruscolini, insomma.

LA RICCHEZZA DEL PATRIMONIO UMANO

Detta in maniera brutale, leggere ti fa rendere bruscamente conto che non esisti solo tu nel mondo. Che la convinzione che le cose debbano essere in un certo modo è una costruzione mentale più labile del caglio del latte. Nella nostra esperienza di vita certamente siamo abituati a interagire con gli altri. La nostra identità si forma proprio dalla relazione con il genitore, dalle sue carezze e dalle sue mancanze. Però, nonostante la nostra possibilità di comunicare con l’altro, nonostante la capacità di vedere le espressioni del suo volto e di sentire il tono della sua voce, non sappiamo granché. O meglio, quello che sappiamo è modellato sui nostri meccanismi di pensiero, perché immaginiamo che l’altro abbia lo stesso nostro modo di pensare, di percepire gli stimoli fisici, i nostri stessi progetti e aspirazioni.

La letteratura, invece, ci riporta bruscamente alla realtà dei fatti: siamo diversi.  La signora Elizabeth Bennett si era fatta un’idea piuttosto grossolana del suo pretendente, il signor Darcy: arrogante, presuntuoso ed egoista. L’opinione dell’eroina si scioglie soltanto quando comprende la natura pregiudizievole dei suoi sentimenti nei confronti dell’uomo. Charles Bovary ci avrebbe messo la mano sul fuoco se gli avessero chiesto della fedeltà di sua moglie. Tutt’al più avrebbe potuto rispondere che le piaceva un sacco suonare il pianoforte.

Vale a dire, le cose non sono mai come sembrano. Anche nel comportamento di uno stesso individuo il pensiero può contraddirsi, oscillare tra due poli opposti, rendersi incoerente, eccedente rispetto lo stampino con cui pretendiamo di ingabbiarlo. La letteratura ci mostra chiaramente questa dialettica continua e incessante, questo intreccio di apparenze ed essenze che è al cuore del nostro rapporto con gli altri e con il reale. E le conclusioni cui si giunge è che l’umanità, nella sua ricchezza di sfumature e di declinazioni, è una sola. Così, anche se crediamo fermamente che chi è tondo non possa essere quadrato, scopriamo che ognuno di noi può essere sia triangolare che circolare che trapezoidale a seconda delle circostanze, della mutevolezza dei sentimenti e delle prospettive. Ma resta sempre umano. E la letteratura, nel dare voce al particolare dell’esperienza soggettiva dell’uomo non fa altro che arricchire di significato il quadro complessivo e a suggerire il modo più onesto in cui considerarlo: un modo libero, senza pregiudizi, aperto alla continua messa in discussione ed evoluzione. Questo procedimento ci rende in grado di comprenderci, poiché riconosciamo nell’altro la sua differenza costitutiva e al tempo stesso la sua somiglianza con la nostra persona.

 

A MORIRE

Non ci piace che le cose muoiano, e forse dobbiamo vivere una vita intera per imparare ad accettarlo. Non si tratta semplicemente di accogliere la consapevolezza che un giorno il nostro cuore smetterà di battere e che i tessuti molli si decomporranno e diventeranno cibo per vermi disgustosi. Si tratta di accettare che siamo finiti, caduchi. Che le cose nella vita non vanno quasi mai come vorremmo (e qui, nella nostra immaginazione forgiata di parole, potremmo berci una birretta con Giacomo Mai Una Gioia e riflettere sull’ingiustizia dell’esistenza e il pessimismo cosmico). Così l’Orlando di Ariosto era assolutamente convinto che Angelica gli fosse eternamente devota, ma quando poi (giustappunto) delle scritte sulla pietra e su corteccia d’albero gli hanno sbattuto in faccia la verità, cioè che Angelica si era felicemente sposata con il sempliciotto Medoro, ha sbroccato di brutto. Perché Angelica, contrariamente alle sue aspettative, se ne sbatteva altamente della sua lealtà e ha preferito concedersi a uno sconosciuto ferito raccattato in mezzo al bosco.

I personaggi che amiamo nei romanzi, in tutta la loro complessità, possono deluderci, compiere azioni che li conducono inevitabilmente a una fine tragica. Il conflitto rappresentato nella letteratura tra ciò che si desidera che succeda e ciò che invece avviene punta alla distruzione di tutte le nostre ingenue aspettative e, allo stesso tempo, ci rende edotti sulla più qualificante delle caratteristiche del reale, ovvero l’esperienza del limite, con cui siamo marchiati fin dalla nascita.

Quando dunque si parla di educazione in rapporto alla letteratura, di certo non possiamo riferirci a valori morali o ideali stabili e sempre uguali a se stessi, poiché uno degli assiomi fondamentali del testo letterario è quello di non presentare verità assolute: la vita è cangiante, gli esseri umani anche. Ciò che può trasmetterci, e il motivo per cui non è affatto inutile imparare a memoria versi danteschi, leggere pagine e pagine di racconti antologizzati, romanzi e poesie, sclerare appresso Petrarca e Leopardi, è l’instabilità costitutiva della vita, in cui ogni cosa è mutevole ed effimera; e che dunque, in questo caleidoscopio infinito di apparenze ed essenze, l’unico punto certo e irrimediabile è che dobbiamo morire.