Quella dei libri, in generale, è una questione scomoda. Una di quelle questioni che ci piacerebbe definire “lungi da noi”, per intenderci. Lungi da noi trattare, lungi da noi affrontare, sviscerare, spiegare.

Eppure, ci troviamo in una situazione -forse- ancora più scomoda: siamo nel bel mezzo di una lettura estremamente appassionante, incredibilmente emozionante, ma non ancora terminata.

L’autore e il titolo lo scoprirete al prossimo articolo; intanto, vi basti sapere che il libro in questione ci è stato prestato.

Ora, nel momento in cui una persona si sente di essere talmente in sintonia con noi da donarci un libro -quasi in simbiosi, se si tratta di un bel libro- la prima sensazione, quasi un istinto primordiale, è la paura. Paura che quel libro finisca nelle mani sbagliate, paura di dimenticarlo sull’autobus, paura che cada dalla finestra, che si macchi di sugo, di olio, che vada perduto. Paura assolutamente lecita e sensata.

Esistono due tipi di paure: quelle razionali e quelle irrazionali, diceva qualcuno. Aver paura che un libro prestato si macchi di sugo è, dal nostro punto di vista, una paura razionale.

Irrazionale è temere che quel libro subisca un’incidente, che una pagina rimanga piegata nel modo sbagliato, che la copertina, in alto a destra, possa avere un’orecchietta.

Nel caso specifico, abbiamo sperimentato entrambe le paure: razionale ma soprattutto irrazionale.

Questo perché abbiamo deciso, in una giornata di sole, non solo di andare al mare, ma di portare con noi questo prezioso oggetto cartaceo, esponendolo così alla salsedine, all’acqua, al vento, alla sabbia. è stato un incubo. Quelle che avrebbero dovuto essere ore di meritato relax sono diventate una stressante maratona verso il tramonto, verso il momento in cui Il Libro sarebbe stato finalmente portato al sicuro, al caldo, in un luogo asciutto, in una libreria. Abbiamo trascorso l’intera giornata a covare quelle pagine come se fossero dei pulcini nascituri, a difenderle da chiunque tentasse di toccarle, annusarle, sfogliarle. Abbiamo lavato le mani due volte dopo aver messo la crema protettiva per evitare che una goccia di quell’impasto oleoso entrasse in contatto con la copertina, apparentemente ancora vergine. Abbiamo evitato di leggere sdraiati per paura che il libro, posandosi sulle nostre gambe, potesse bagnarsi. Non è successo: alla fine, lo abbiamo comunque asciugato. Abbiamo letto nelle posizioni più improbabili, seduti, in piedi, con la testa all’ombra e il corpo al sole, con le braccia sollevate, a pancia sotto. Abbiamo addirittura cercato di non toccare il libro per non lasciare neanche la più piccola traccia della nostra presenza.

Il risultato: un’orecchietta in alto a destra. Dislocata ma in realtà centrale, chiara, storta, contrita, irreversibile. Proprio sulla copertina, che dovrebbe essere la parte più resistente.

Ci siamo disperati, abbiamo chiesto aiuto, pensato che avremmo potuto mettere quel libro sotto il Rocci e lasciarlo lì per una settimana, per poi ridarlo al legittimo proprietario senza averlo letto ma almeno tutto intero. Ce la siamo presa con noi stessi, con gli altri, con il mare, con il sale, la sabbia, il sole. Non c’è stato niente da fare: l’orecchietta è rimasta.

Tornando verso casa abbiamo sottoposto la questione a un paio di persone, le quali hanno subito accettato il confronto e si sono sentite in dovere di esprimere la propria personalissima opinione riguardo l’usura dei libri; per noi, è stato come se ci avessero infilato un pugnale in una piaga e lo avessero girato fino a farla diventare incurabile. Un pessimo quarto d’ora.

“I libri vanno usati, altrimenti non vivono”, ha detto la prima.

“Senza esagerare, certo. Ma insomma, non si può neanche lasciarli immacolati. è bella una libreria un po’ vecchiotta”, ha risposto l’altro.

Insomma, vuoi per noia, vuoi per rimuovere dalla nostra testa l’immagine di una copertina violentata, abbiamo iniziato a riflettere su questo argomento. I libri vanno usati o no? Cioè, la lettura implica un livello minimo di usura oppure può essere considerata tale anche se non lascia segni? Si può essere lettori invisibili?

Per esperienza personale, si può. (Pare si possa anche studiare senza evidenziatori, ma di questo vi daremo conferma più avanti). Si può leggere un libro segnando qualche frase qua e là, apprezzandone le sfumature in maniera interiore, senza sfociare in un volgare esibizionismo. Un libro pulito è un libro bello, e su questo non possono esserci dubbi. Ma è un libro felice? No, perché da lettori pensiamo che sia giusto porsi questa domanda, se non altro per una questione di rispetto.

Un libro immacolato è un libro felice? Forse, in fondo, non così tanto. Se noi fossimo bianchi, puri, privi di note a pie’ di pagina, saremmo vuoti. Vero è che anche il più piccolo dei libri è molto più pieno del più grande degli esseri umani. Però insomma, la pienezza non può essere solo una condizione obiettiva, deve essere vissuta anche intimamente. In sostanza, un libro deve credere sul serio di essere pieno.

Una libreria nuova, che profuma di carta stampata troppo recentemente, non è viva. I libri delle biblioteche sono vivi, quelli che passano tra le mani di tutti. E con questo non intendiamo dire che siamo disposti a prestare i nostri libri alla gente: non lo faremo. Né tantomeno che la nostra orecchietta abbia nobilitato un oggetto che non apparteneva a noi; non si tratta di questo. Solo, ci siamo posti una domanda e abbiamo tentato di darle una risposta: è giusto che i libri vengano usati? Dal nostro punto di vista, considerati i pro e i contro, sì. Senza esagerare, naturalmente, con parsimonia e con rispetto, ma sì. Senza essere volgari, cafoni, sbruffoni, esibizionisti, ma sì. Senza pennarelli, penne, disegni, ma sì. Senza essere maleducati, ma sì.

Anche con un’orecchietta: massì. 


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