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19 ottobre 2018

Dossier| Gli stereotipi della modernità nel linguaggio comune

Dossier| Gli stereotipi della modernità nel linguaggio comune

“Non è possibile che nel 2018 succedano queste cose!”, “Che modernità!”, “Finalmente c’è chi propone qualcosa di nuovo!” Quante volte diciamo frasi come queste? Ci vengono con estrema naturalezza, ma troppo poco riflettiamo sulle profonde implicazioni che si nascondono dietro a espressioni del genere, a prima vista così innocue. Tutte queste frasi, infatti, hanno in sottofondo un comune denominatore: una visione stereotipata della modernità e di tutto ciò che è nuovo.

Del resto a noi sembra praticamente ovvio che il mondo vada avanti migliorandosi e che quindi ci si debba stupire se accadono cose che pensiamo di aver relegato al passato: la nostra forma mentis nei fatti sembra immaginare una storia che procede secondo una linea retta di progresso inarrestabile e inevitabile. Già Leopardi però ironizzava su una simile concezione della storia umana, oltretutto partendo da un punto di vista non sospettabile di simpatie reazionarie. È celebre la strofa del canto La ginestra:

È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

Quelli di Leopardi sono proprio gli anni in cui si andava formando quel clima culturale moderno che poi è diventato di dominio comune oggi. In quel secolo la fede nel progresso, da avventura intellettuale propugnata con forza dall’Illuminismo, diventava aspirazione politica e rivoluzionaria, con gli sconvolgimenti apportati allo scenario geopolitico dalla Rivoluzione francese, la cui fine ingloriosa non a caso era stata definita Restaurazione, perché era ormai implicito, a livello intellettuale, che non si poteva tornare indietro, non tanto per questioni politiche o ideali, ma perché il progresso è inarrestabile e prima o poi trionfa sull’oscurantismo. In un universo culturale che ha elevato a propria teologia della storia un evoluzionismo in cui può esserci spazio solo per il caso, stupisce che si presti una fede così cieca a questa idea della storia umana come progresso inarrestabile. Ancora una volta il mondo letterario, oltre ovviamente a tanti grandi filosofi, offre forse esempi più equilibrati e profondi. Sublime è la concezione della storia che traspare da un’opera come Il Silmarillion di Tolkien, in cui proprio dietro l’apice della civilizzazione e della gloria si nasconde ogni volta il rischio della caduta nella barbarie, nella degenerazione malvagia di progetti di per sé anche nobili: esemplari in questo senso sono le appendici con il racconto dell’ascesa e della caduta di Númenor e con la storia di Sauron, colui che poi diventerà l’Oscuro Signore del Signore degli Anelli, originariamente animato nella creazione dei famosi anelli dalla volontà di ridare vita a una Terra di Mezzo sconvolta dai cataclismi della caduta di Númenor.

Questa fede nel progresso degli ultimi 300 anni è invece diventata un vero e proprio credo, che sta alla base di una religione laica come il comunismo, con la sua dialettica del materialismo storico, una sorta di Provvidenza atea, che è inesorabilmente destinata a portare la lotta di classe verso una società migliore, una specie di Paradiso in Terra. Un credo progressista che, a ben vedere, non è stato proprio solo del marxismo sovietico, ma anche del fascismo italiano e del nazional-socialismo tedesco, di cui sono state spesso oscurate le radici progressiste, individuabili precisamente in questa concezione della storia post-hegeliana. Non bisogna dimenticare, del resto, che Mussolini era stato un dirigente di primo piano del Partito Socialista, di cui aveva diretto il principale organo informativo, e il nazismo nelle intenzioni programmatiche doveva essere un socialismo nazionalista. A livello divulgativo e scolastico si è spesso cercato di far fronte a questa evidente crepa nel paradigma progressista della storia definendo fascismo e nazismo un “momento di regressione”, “un inquietante oscuramento della civiltà occidentale”, “la notte dell’Europa civilizzata”. Il mondo culturale e filosofico però ormai da diversi anni sta dipingendo un quadro molto diverso: significativo, fin dal titolo, è stato il contributo offerto da Zygmunt Bauman con Modernità e Olocausto. Riprendendo la lezione di Hannah Arendt il celebre filosofo e sociologo polacco arriva alla drammatica consapevolezza che il totalitarismo è stato tutt’altro che una distorsione dei principi della modernità, ma piuttosto ne ha rappresentato la più perfetta incarnazione.

“Modernità” è la parola magica con cui inconsciamente indichiamo qualsiasi cosa di buono la storia umana ha prodotto, il punto di arrivo di un percorso che ci figuriamo iniziato con lo sviluppo intellettivo dei primi ominidi. Tuttavia Hitler, Stalin e tutti gli altri dittatori totalitari del Novecento hanno compiuto crudeltà molto più insidiose e mostruose di quelle che dei semi-animali potrebbero mai concepire. Non si riesce infatti a cogliere la drammaticità dei campi di sterminio nazisti se li si concepisce semplicemente come luoghi di sadismo in mano a pazzi sanguinari: ciò che li ha resi diversi dai tanti altri massacri che hanno caratterizzato (e caratterizzeranno) la storia umana è stata proprio l’organizzazione estremamente moderna dei meccanismi di morte, meccanismi industrializzati, praticamente una catena di produzione pensata per deresponsabilizzare i carnefici, che perfino ad Auschwitz potevano dire: “Io personalmente non ho ucciso nessuno, mi limitavo a far scendere gli ebrei dai treni, a selezionarli, a farli entrare nelle camere a gas, ma poi non ero io a personalmente a dargli la morte!” La paradossalità tutta moderna di Auschwitz è stata proprio la più grande e mostruosa crudeltà abbinata a una meccanicizzazione del processo stragista che riusciva a tenere in sottofondo ogni coinvolgimento personale e morale ai crimini: non scoppi d’ira e brutalità cieca, ma paziente e laboriosa messa in pratica di una procedura automatizzata. La Scuola di Francoforte non a caso ha individuato nel capostipite filosofico della modernità, l’Illuminismo, una dialettica negativa, una pericolosa idolatria della tecnica che ad Auschwitz ha trovato la sua più pericolosa incarnazione.

Ma non si tratta solo di procedure e meccanismi: modernità è anche culto del nuovo. È sempre difficile far capire a degli studenti perché termini come “novus” e “novitas” nella forma mentis romana sono strettamente collegati al concetto di “minaccia e sovversione” proprio perché si tratta di qualcosa di nuovo, sconosciuto e quindi avvolto da un alone di mistero e minacciosità. Per noi la ricerca di novità è il bene più grande: il buon cittadino deve tenersi informato sulle “news”, le “notizie”, le novità di ogni giorno che rappresentano un’opportunità da cogliere con consapevolezza grazie al mondo dell’informazione, che – guarda un po’ – nasce proprio con l’Illuminismo. Questa ricerca spasmodica di novità però non ha tardato a trasformarsi in programma politico-sociale. Bauman ha ben descritto questa dinamica con la metafora del giardiniere: la politica moderna si è praticamente subito sentita chiamata a costruire una società nuova, finalmente perfetta e ideale, proprio perché sfrondata di tutti quegli elementi percepiti come fuori luogo in quanto dovuti a un mondo che fino ad allora non era stato governato razionalmente. Da qui il Terrore di Robespierre, i genocidi, le ideologie, le rivoluzioni culturali, le dittature. In Cambogia, nel nome della costruzione di una società perfettamente comunista, Pol Pot in soli 3 anni è potuto arrivare a sterminare quasi un terzo del suo popolo.

Fin dalla Riforma protestante il paradigma di riferimento della civiltà occidentale è stato quello della ricerca spasmodica di rifare il proprio mondo, trovare un nuovo inizio che portasse a una nuova purezza, fare in modo che la società si conformasse con ogni mezzo a quell’ordine nuovo che è il vero e proprio linguaggio della verità e della ragione, non un costume particolare o una limitata tradizione umana: tutto il resto è destinato a soccombere, a essere bollato con etichette denigratorie come Controriforma, conservatorismo, ostilità al progresso. “Modernità”,“novità”, “razionalità” sono concetti che a tutti, volenti o nolenti, viene da associare a un’ottica positiva e progressista, che però, a ben guardare, è molto meno giustificata di quanto potremmo pensare a prima vista. Le parole hanno un peso, e spesso ce lo dimentichiamo: è tempo di riappropriarcene consapevolmente, perché, come si è visto, le conseguenze politiche possono essere anche molto gravi.

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