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16 ottobre 2018

Political graphic: come la grafica cambia la comunicazione delle proteste

Political graphic: come la grafica cambia la comunicazione delle proteste

Il format non è più così importante: che sia una maglietta, un meme, un manifesto, uno striscione, un cartellone o un poster, le grafiche hanno una comunicazione visiva potente ed immediata grazie all’attrazione e all’attenzione acquisite “a colpo d’occhio”. Questo vale enormemente in molti ambiti, e quello politico non è da meno: la grafica delle proteste e della satira sono un esempio lampante di ciò.

Come punto di svolta della comunicazione grafica politica si è stabilito il poster di Barack Obama “Hope”, di Shepard Fairey, tanto da essere presente nella nuova mostra del Museo di Design di Londra “Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-2018”, la quale esplora e riflette come il linguaggio visuale stia influenzando il modo in cui pensiamo e comunichiamo adesso, e quale ruolo l’iconografia abbia negli eventi politici nell’ultima decade.

Una grafica può essere usata in molteplici modalità: come segno di riconoscimento, per educare, per formare, per ispirare un cambiamento, per persuadere, per promuovere, per confrontarsi, per fare propaganda – per protestare, un’attività che negli ultimi anni ha acquisito sempre più frequentemente, in quantità minori o maggiori, da punti di vista differenti, tutti questi aspetti. Ciò accade poiché è come se fosse in atto una nuova democratizzazione nella grafica della protesta, e si può parlare di democratizzazione proprio perché, nella quasi totalità dei casi, sono produzioni artistiche amatoriali – quando non si tratta di designer professionisti che si sentono “costretti” a usare pseudonimi per una questione di maggiore sicurezza personale – tanto significativi nel contesto in cui vengono creati quanto l’esito che mirano a produrre. Ovviamente la dinamica di comunicazione tra artista e pubblico è cambiata, in particolare per i nuovi canali che influenzano e plasmano la comunicazione stessa: i social media. Si pensi ai post su Facebook, ai feed su Twitter o a Instagram, che ha fatto dell’immagine il proprio mezzo comunicativo per eccellenza: nonostante siano ambienti virtuali, l’influenza che possiedono è tanto persuasiva da avere un impatto effettivo profondo sul mondo fisico.

E i format tradizionali dei poster, i banner e gli slogan politici, hanno sempre importanza?

“Sono ancora rilevanti e potenti”, dice Lucienne Roberts di GraphicDesign&, una dei curatori della mostra.  “Esistono affiancando quelli digitali con una proliferazione dei messaggi visuali che vengono inviati istantaneamente ai nostri dispositivi, ovunque noi siamo. Questo ha portato alcuni a sentirsi più emotivamente coinvolti in eventi mondiali, più capaci di influenzare i dibattiti o di attuare i cambiamenti”.

Alcune campagne politiche hanno adottato degli approcci molto simili al branding aziendale, ovvero hanno creato uno slogan, un simbolo, un’immagine per poi adottarlo a lungo raggio, rendendo un elemento individuale parte di un’identità collettiva ed aumentando l’impatto visivo per una comunicazione diretta. Questo aspetto si lega profondamente al ruolo giocato dai social media, poiché, come detto poco sopra, essi hanno l’abilità – o, più propriamente, il potere – di forgiare la nostra realtà nonostante l’origine prettamente virtuale. Nel dettaglio e in questo tema, essi modellano il nostro modo di vedere e comprendere, dal punto di vista politico, concetti quali il potere, l’attivismo, la protesta stessa.

Di conseguenza anche il più semplice cartellone, scritto a pennarello su una carta qualsiasi trovata di fortuna, non si perderà all’interno di un mare di altri manifesti: al contrario, sarà una voce silenziosa che risuonerà come un coro perché nessun pensiero, tra i caratteri di una grafica, può venire marginalizzato o rimanere inascoltato. In particolare, poi, se verrà anche condiviso sui social media.

 

 

 

 

 

 

 

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