Se in Occidente è ormai ampiamente diffusa la consapevolezza di come la depressione e analoghe malattie mentali siano patologie psichiatriche invalidanti, in Oriente restano argomenti tabù inaccessibili. Nonostante paesi come la Sri Lanka, la Corea del Sud e il Giappone popolino le vette delle classifiche sul tasso di suicidi all’anno, le malattie mentali vengono censurate e annullate nelle conversazioni pubbliche, ma anche private, e sminuite come semplice manifestazione di debolezza. Ciononostante, i tentativi di sollevare la questione alla sfera pubblica sono molti: in Giappone, precisamente nel celebre quartiere di Harajuku di Tokyo, si afferma una nuova subcultura, il cui stile diventa un manifesto di denuncia e un tentativo di rompere il silenzio: lo yami kawaii.

Cosa significa yami kawaii?

In una realtà cosmopolita come quella odierna è legittimo credere che conoscere il significato del termine giapponese kawaii sia ormai questione di cultura generale: kawaii significa “carino”, ma non si configura come semplice condizione estetica, piuttosto come un vero proprio stato d’animo:

“It’s simply a pure, happy feeling of cuteness.”
“So instead of «You look kawaii», it’s like «I feel kawaii because of how you are»”.

L’espressione yami kawaii significa letteralmente “carino malato” e descrive con esattezza lo stile della nuova – e temporanea – subcultura del quartiere di Tokyo. Harajuku è infatti universalmente conosciuta come un’inarrestabile forgia di nuove ed effimere tendenze innovative di invenzione giovanile in forte contrasto con la cultura dominante giapponese, fondata sull’omologazione e sul rispetto di un codice etico comune. Come le subculture precedenti, anche lo yami kawaii mantiene elementi intramontabili come il kimono in forme nuove o l’iconica divisa scolastica alla marinara; e si impegna a rispettare norme non esplicite come la stratificazione di abiti, la combinazione di fantasie e tessuti, e l’eccentricità. Nello specifico lo yami kawaii si configura come la declinazione triste e oscura dello yume kawaii – letteralmente “carino come un sogno” –  definito da colori pastello e vestiti morbidi, delicati e principeschi. Lo yume kawaii viene dunque inquinato da elementi grotteschi, quali teschi, ciondoli a forma di siringhe o stampe frasi aggressive, perché richiamino temi tabù come la morte e il suicidio.

Ma che significato ha lo yami kawaii per le persone?

La compagnia media e di intrattenimento Refinery29 intervista alcune delle principali personalità della subcultura dello yami kawaii: l’artista e illustratore Bisuku vede nello yami kawaii l’occasione per sensibilizzare la società giapponese e un mezzo catartico capace di trasformare i sentimenti negativi delle persone in qualcosa di – appunto – kawaii. La modella alternativa Hanayo, eliminata da un contest per aver parlato pubblicamente del suo passato da suicida, vive lo yami kawaii come una reale forma di terapia aperto anche al suo fandom. Lo yami kawaii non si riduce quindi a una semplice moda passeggera, ma rappresenta un reale mezzo di espressione e di denuncia sociale dalla grande potenza comunicativa.

Dall’account Instagram dell’Influencer @kuua_oyasumi