1.  Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. 
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge.

Erano gli anni ’40 quando Isaac Asimov, disgustato dalla narrativa a lui contemporanea inerente alla vita artificiale prodotta dall’uomo, scrisse Robbie, il primo racconto della raccolta di Io, robot, in cui l’innovazione provocatoria e anticonformista era proprio il fatto che l’intelligenza artificiale protagonista della storia, Robbie, salvava senza esitazione alcuna una bambina in pericolo. Secondo lo scrittore, infatti,

Isaac Asimov

In tutti i tempi, la creazione di qualsiasi forma di vita artificiale da parte dell’uomo è stata considerata come un’espressione di hybris meritevole di una nemesis inevitabile. L’uomo tentava di imitare l’atto della creazione, prerogativa degli dèi, e di conseguenza doveva essere punito.

La pubblicazione di questa raccolta e dei successivi romanzi di Asimov segnarono una svolta epocale nella letteratura di fantascienza, che da quel momento in poi venne imperniata sulle Tre Leggi della Robotica introdotte da Asimov, che ruotano attorno al principio fondamentale secondo cui un robot non possa danneggiare un essere umano.

Nove sono i racconti, e tutti sono ambientati in futuro che, all’epoca, poteva sembrare lontanissimo, ma che oggi si fa sempre più vicino. Susan Calvin, robopsicologa alle dipendenze della più importante impresa produttrice di robot, ripercorre alcune tappe della propria vita insieme a un anonimo giornalista, nel 2058, partendo dai primi robot privi di parola per arrivare alle complesse Macchine intelligenti che governano l’economia della Terra e degli altri sistemi nell’universo.

Se i primi racconti si accostano maggiormente al genere dell’avventura tecnologica e hanno lo scopo di consentire al lettore di familiarizzare con i robot attraverso brevi assaggi della loro evoluzione, in seguito vengono coinvolte importanti questioni etiche e morali. Inoltre viene maggiormente rimarcata l’analogia tra i creatori (gli uomini) e i creati (i robot), che, benché mostrino capacità superiori, non possono fare a meno di riprodurre gli stessi meccanismi psicologici degli esseri umani ogni volta che le circostanze fanno sì che le Tre leggi con cui sono stati programmati entrino in conflitto tra di loro, ponendoli in una situazione dilemmatica.

Ancor più interessante, però, è confrontare la nostra epoca con le primissime previsioni di Asimov, altamente ottimistiche. L’umanità tratteggiata dalla sua penna è iscritta nel segno dell’espansionismo imperialista: gli uomini sono infatti riusciti a sfruttare le risorse di tutti i pianeti del sistema solare, e vi inviano robot specializzati per l’estrazione delle materie prime. Sembra però uno sfruttamento innocuo, dal momento che gli altri pianeti sono disabitati. Nel racconto Evasione, però, il lettore scopre che grazie al volo interstellare gli uomini conquistano la possibilità di raggiungere altre costellazioni, e quindi vengono fondate colonie umane su pianeti considerati abitabili. Qui è nettamente visibile il tratto ingenuo caratteristico dell’opera: infatti se davvero questi pianeti risultano abitabili, è davvero difficile concepirli come disabitati.

Ciò che non viene sviluppato, invece, è il progresso tecnologico applicato alla comunicazione, la rivoluzione più importante della nostra epoca, in cui internet ha dato la possibilità a milioni di utenti sparsi in tutto il mondo di comunicare instantaneamente e dove la produzione di materiale e di informazioni viaggia a tempo di clic. Mentre dunque l’immaginazione di Asimov fluisce al di fuori della Terra, oggi assistiamo a un’intensificazione dei contatti all’interno del nostro pianeta. L’umanità descritta in Io, robot ha realizzato creature a immagine e somiglianza dell’uomo, che hanno colmato la solitudine e lo sgomento esistenziale che gli esseri umani provano di fronte alla vastità dell’universo.

Le stesse Tre Leggi identificano la sana ingenuità di questo primo Asimov, che riconosce nel progresso tecnologico umano la volontà di recare beneficio al prossimo, teso dunque a creare una situazione in cui non vi sia più infelicità e privazione. Oggi invece assistiamo a un progresso che viene utilizzato per concentrare il potere politico ed economico nelle mani di pochi, a scapito delle componenti più deboli del pianeta.

L’ultimo racconto è incentrato su un problema ampiamente dibattuto in letteratura e, in forme diverse, anche nella nostra società: inventando le Macchine, gli uomini hanno perso la capacità di decidere del loro destino? Nel mondo immaginato da Asimov è esattamente così, ma le Macchine non possono recare danno a un uomo, e dunque eliminano ciò che reputano dannoso per gli esseri umani e li guidano verso un futuro di benessere condiviso. Per il bene degli esseri umani, essi devono credere che non sia così, altrimenti il loro orgoglio ferito li farebbe soffrire. Non solo: in realtà, non hanno mai avuto la possibilità di forgiare il loro destino da soli. Sono sempre stati ”in balia di forze economiche e sociali che non comprendeva(no), dei mutamenti di clima, delle sorti della guerra. Ora le Macchine le comprendono.” In questo senso esse si ergono in qualità di schermo protettivo tra gli uomini e la loro (auto)distruzione.

Alla luce di queste considerazioni, benché datata e con previsioni lontane dagli attuali sviluppi, quest’opera si configura di essenziale importanza per la riflessione inerente al nostro futuro tecnologico: dove vogliamo che ci portino le nostre creazioni? A un futuro di morte e di distruzione o a un benessere sostenibile?

Di Sarah Maria Daniela Ortenzio

 


 

FONTI

I. Asimov, Io, robot, Bompiani, 1950

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