06:04 pm
21 giugno 2018

Sulle case chiuse e la mercificazione dei corpi #3: il modello proibizionista classico e la disparità di genere

Sulle case chiuse e la mercificazione dei corpi #3: il modello proibizionista classico e la disparità di genere

Dopo l’inquadramento generale del problema della prostituzione e dopo aver analizzato caratteristiche e criticità del modello nordico, vale la pena considerare le peculiarità connesse al modello legislativo proibizionista nella sua accezione più classica, dal momento che è in vigore in numerosi paesi del mondo e anche in Europa: tra gli stati che hanno adottato questa tipologia spiccano infatti gli Stati Uniti, gran parte dell’Asia orientale (Cina, Corea del Nord e del Sud, Vietnam e Thailandia sono solo alcuni nomi), i paesi musulmani (in alcuni dei quali, dove la società è ordinata secondo i dettami della Sharia, è applicata anche la pena di morte), molti paesi dell’Africa e l’Europa orientale, eccettuati Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria.

 

Schiele – The young man and prostitute (1893)

IN COSA CONSISTE IL MODELLO PROIBIZIONISTA CLASSICO

Il modello proibizionista classico è imperniato sulla illegalità della prostituzione, in quanto moralmente inaccettabile e attacco al decoro della società. Le misure sono atte a colpire soprattutto chi esercita e chi sfrutta, e solamente in rari casi sono rivolte verso la clientela. Le sue origini derivano dalla tradizionale visione cristiana incentrata sulla difesa della famiglia come nucleo fondamentale della società e sull’immagine della donna in quanto viziosa tentazione, rea di deragliare la sessualità maschile dall’istituzione del matrimonio. In questa prospettiva, uno dei primi doveri dello stato è quello di tutelare la morale pubblica e, d’altro canto, senza il marchio di illegalità sul meretricio sarebbe impossibile combattere lo sfruttamento. Solo così si eviterebbe il rischio di dare l’idea che il commercio del corpo venga tollerato dai governi in quanto male necessario.

 

CRITICITÀ

È d’obbligo porre l’accento innanzitutto sui punti deboli di natura economica: nei paesi proibizionisti sono impiegate ingenti risorse finanziarie finalizzate al dispiegamento delle forze di pubblica sicurezza nelle strade; altre risorse per la detenzione delle persone che esercitano; altri finanziamenti per sostenere le azioni legali contro di loro. Il tutto senza di fatto offrire un’alternativa valida e senza neutralizzare in maniera efficace gli sfruttatori, semplicemente perché le risorse vengono maggiormente utilizzate per attaccare gli oppressi.

In secondo luogo non si possono ignorare le radici retrograde e avvelenate alla base di questo modello, che ignora l’esistenza di uomini e persone transgender sfruttati dalla stessa utenza maschile. Inoltre la sessualità femminile viene concepita in quanto inesistente: all’interno del matrimonio essa è unicamente volta alla procreazione; al di fuori della relazione coniugale essa è vizio demoniaco, intrisa di peccato. Si continua quindi a demonizzare l’offerta non tenendo conto che, in società capitalistiche come quella odierna, non può esservi alcuna offerta senza una domanda.

Queste considerazioni obbligano a riflettere anche sulla disparità di genere del fenomeno: se è vero che soprattutto oggi l’offerta si è diversificata, con l’incremento della prostituzione omosessuale maschile e della prostituzione delle persone transgender, bisogna anche notare come l’utenza sia principalmente maschile. La clientela femminile eterosessuale sembra essere molto più rara e più attiva nel fenomeno parallelo del turismo sessuale. Ciò riflette uno squilibrio di potere di natura economica, politica e sociale, implementato dal fatto che fino al secolo scorso il potere politico ed economico era in mano solamente agli uomini.

Secondo la sociologa Daniela Danna, il motivo per cui le donne eterosessuali sono poco attive nel mercato in quanto clientela, deve ricondursi a

due idealtipi collegati al sesso: uno è connesso allo stereotipo maschile per il quale il sesso è sconnesso dalle emozioni, quindi può essere acquistato come un servizio; l’altro è tipico dell’identità femminile e implica il sesso come espressione del sentimento amoroso, quindi non può essere scambiato con il denaro. (…) Il sesso come fine o come mezzo. (…) Inoltre, l’uso del denaro è relativo alla sfera pubblica sotto il controllo degli uomini: gli uomini, tradizionalmente, sono più inclini a usare il denaro per soddisfare i propri desideri, mentre le donne sono più portate a un’economia della reciprocità, basata sulla gratuità o sul sacrificio. 

Picasso – Prostitutes (1902)

Con la rivoluzione culturale (e sessuale) del ’68 i movimenti femministi hanno rivendicato il diritto a uguali opportunità e uguale libertà sessuale. Le disuguaglianze sociali sono diminuite, e sempre più persone hanno cominciato ad autodefinirsi sex workers, cioè lavoratrici e lavoratori del sesso svincolati da qualunque sistema oppressivo, che scelgono liberamente di farlo senza alcuna costrizione esterna di natura economica. Questo cambio di prospettiva, unito al fatto che anche i clienti si macchiavano di stigma, secondo le aspettative avrebbe dovuto risolversi in un calo vertiginoso dell’offerta, lasciando quindi nel campo solamente le persone che si dichiaravano libere di farlo senza sentirsi umiliate o defraudate della propria dignità.

Così non è stato, e anzi la domanda si è fatta sempre maggiormente diversificata e ha mantenuto in larga parte le stesse caratteristiche che aveva in passato. Le cause, ancora una volta, sono da ricercarsi sul campo economico: una maggiore mobilitazione internazionale delle persone e un generale impoverimento che ha interessato stati storicamente svantaggiati hanno reso possibile un’offerta innervata da violenza e sfruttamento e un asservimento di natura economica ancora maggiore.

Ma il problema sostanziale, e che in certa misura il modello proibizionista classico contribuisce a perpetuare, è la visione della sessualità maschile come un diritto che deve giocoforza trovare strumenti (altri corpi) per essere espletato, e che la sessualità femminile o omosessuale, lungi da essere libera, debba gravitare sempre intorno all’istituzionalizzazione della relazione o al soddisfacimento del desiderio altrui. In questa prospettiva, sembra assolutamente nocivo mantenere un modello legislativo basato su una statica e oppressiva divisione della specie umana in ruoli ontologicamente definiti a priori, che, per quanto al giorno d’oggi siano costantemente sotto accusa e inizino finalmente a sgretolarsi, sono ancora fin troppo vivi nelle coscienze degli individui.

Di Sarah Maria Daniela Ortenzio

 


 

FONTI

D. Danna, La prostituzione al chiuso in Europa: leggi e tendenze, Quaderni della Regione Emilia Romagna

Modelli di politiche

CREDITS

Immagine di copertina

Immagine 1

Immagine 2

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.