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15 agosto 2018

CRONACA DI UN GOVERNO ANNUNCIATO

CRONACA DI UN GOVERNO ANNUNCIATO

A partire dal 4 marzo e per oltre 60 giorni abbiamo assistito ad un movimentato Vaudeville con il susseguirsi di schermaglie e veti incrociati, da parte delle forze politiche, consumati nell’equivoco fatale del fatto che nessuno dei vincitori aveva vinto. Solo Mattarella, alla fine dei tre atti giocati sulla stravaganza e umanità dei personaggi principali, Di Maio, Salvini, Berlusconi e il perdente Renzi, ha messo in scena il suo coup de theatre del governo tecnico neutrale e di garanzia.

A questo punto, dopo oltre 70 giorni, inizia la nuova Pochade, come atto unico tra i due personaggi, leaders di Lega e MoVimento Cinque Stelle, senza più musica e balletti, ma da consumare rapidamente come il loro bacio fugace dipinto da tvboy sul muro vicino a Montecitorio, in modo così preveggente, un paio di mesi prima.

 Giorni frenetici si susseguono, di tavoli e bozze di contratti per far nascere il governo del cambiamento per la speranza delle generazioni di Italiani che attendono li libro dei sogni e delle possibilità. Chiedono tempo, ancora tempo, al Presidente, perché anche il giro del mondo ha i suoi ottanta giorni da celebrare. Il paziente e solitario Giorgio Mattarella concede, tollera e chiude i cassetti delle sue carte dell’oscuro futuro, in attesa che gli portino un epilogo liberatorio.

Tuttavia, nessun nome trapela sull’incarico di governo, anche se impazza il toto-premier e il toto-ministri, nelle dirette e indirette televisive, e persiste l’attesa infinita di un applauso trattenuto. Fino al fatidico 21 maggio in cui viene rivelato, e anticipato da di Maio prima dell’incarico, l’innominato di manzoniana memoria, Il professor Giuseppe Conte.

Chi è costui? Sono i giorni del curriculum. Si tratta di un superficiale overselling formativo o di millantate frequenze e percorsi dei suoi studi universitari? La polemica mediatica si svuota, nel breve, di fronte alla banalità dell’esagerazione e nei rivoli già prosciugati dai fact-checking. Mattarella gli assegna l’incarico il 23 maggio e il sussiegoso professore, bello ed elegante, si dedica seriamente al suo ruolo di gentile mediatore tra il cordiale Di Maio e il rude Salvini. Con la percezione di una sua abitudine al lavoro professionale, appare la sua immagine tra taxi, brevi camminate a piedi e cartoni della pizza da asporto nella mano per sublimarne lo stile minimalista, imperante nella nuova coreografia politichese.

È noto che nel vaudeville l’equivoco di fondo della rappresentazione è di natura quasi involontaria, spesso non è creato consapevolmente dai personaggi, ma da una serie di eventi e situazioni più o meno casuali. Nella pochade, invece, il protagonista o i protagonisti, possono creare l’equivoco di proposito anche se poi di solito si può finire per perdere il controllo delle conseguenze che ciò comporta.

Ed è in questo contesto, infatti, che nasce il caso Savona. La lista dei ministri, a questo punto già pronta, che per la costituzione viene proposta dal Presidente del Consiglio e ratificata dal Presidente della Repubblica, pone un problema sul ministro dell’Economia. Si tratta in realtà di un veto molto netto, da parte di Mattarella, nei confronti del professor Paolo Savona noto per le sue posizioni critiche nei confronti dell’Europa e soprattutto dell’Euro. Personaggio di una caratura professionale indiscutibile e stimato accademico di fama internazionale, viene accusato di posizioni antieuropeiste e di sostenere l’idea di un piano B di uscita dall’euro. Inviso, sembra, alla BCE di Mario Draghi e a Ignazio Visco di Bankitalia, Savona viene identificato da Mattarella come figura non idonea e di non garanzia verso Bruxelles. È guidato, Mattarella, dal timore o terrore di un possibile vento di rivolta nei confronti dell’Europa che possa mettere in agitazione le agenzie di rating, la borsa e lo spread. Una situazione che rischia di mettere a repentaglio i risparmi degli italiani e provocare l’esplosione del debito pubblico.

Ma Savona sembra essere, al contrario, il simbolo e l’oggetto del desiderio di Salvini e di Di Maio per il governo del cambiamento. Senza possibili alternative, nemmeno quella del vicesegretario della lega Giancarlo Giorgetti idoneo per quel ministero, si tratta quindi di un “Savona o Morte”.

Inutile l’appello dello stesso Savona che dichiara, in una lettera assicuratrice indirizzata al Quirinale, di non voler uscire dall’Europa ma di volerla solo cambiare in modo più equo. Il dramma si è già consumato nelle stanze dei “poteri forti”.

È a questo punto che domenica 27 maggio scatta la farsa, ovvero quando nella commedia la situazione tragica di una ingiustizia utilizza il riso e l’ironia in mancanza della logica. Il nobile (per il suo intento) Conte va al colle e rimette il mandato. Non c’è più mediazione, soluzione, vie d’uscita e Mattarella riapre il cassetto ed estrae il nome già pronto di Carlo Cottarelli (ex consigliere PD per la spending review) che inevitabilmente porterà gli italiani di nuovo al voto, col governo ponte neutrale, (salvo altri colpi di scena…).

In questa farsa che trasforma l’ironia in rabbia si levano le voci indignate delle parti offese, deluse, tradite. I più rabbiosi sono i Cinque Stelle e il loro traghettatore, Di Maio, naufragato sul governo del cambiamento. Il popolo grillino si riunisce e insieme al Dibba (alias Alessandro Di Battista), già con le valigie in mano (ma promette il ritorno in tempo per candidarsi), gridano all’impeachment per impugnare l’articolo 90 della costituzione sull’accusa di alto tradimento verso la democrazia. Salvini, d’altro canto, arrabbiato nei toni, ma più cauto sulle accuse al capo dello Stato, trattiene la piazza e risulta comunque un vincitore che porterà alle elezioni il paese, a lui molto favorevoli i sondaggi, e con l’ambizione mai accantonata di poter essere il super leader del centrodestra.

I retroscena politici di queste posizioni possono risultare degne di un Laclos (quello delle Relazioni Pericolose). Infatti, il calcolo razionale degli eventi, anche quelli inaspettati, può essere indirizzato a favore dei propri scopi e sfumare nella dietrologia politica più attraente. Salvini, in effetti, potrebbe aver esercitato il braccio di ferro su Savona per liberarsi da questo cul-de-sac del governo coi grillini in cui si era cacciato? Di Maio starebbe cercando di gridare al tradimento delle istituzioni e della democrazia per coprire il suo fallimento?

L’opportunità di una nuova visione di un futuro di cambiamento è ormai sfumata nel disastro di una crisi istituzionale, ma sembra anche essere solo posticipata nel breve periodo. Anche il problema Savona potrebbe certo ripresentarsi dopo le prossime elezioni, ma diversi scenari alternativi rimangono ancora potenzialmente aperti e possibili. Certo che, se le parole carpite dal labiale di una vecchia volpe come Massimo D’Alema che prefigura i due vincitori del 4 marzo e perdenti nella sfida di Mattarella su Savona, arrivare all’80% dei seggi alla prossima tornata elettorale, saremmo di fronte ad un nuovo scenario dirompente e ad un nuovo divertente spettacolo. Ma, come si sa, la politica ha dalla sua parte un paziente lavoro di sotterranea elaborazione che spesso emerge camuffata da una sorprendente imprevedibilità. Similmente al teatro, la politica, che ci appassiona, ci abitua anche al dubbio dell’immaginazione e della finzione, alle promesse e alle aspettative mancate, alla fiducia e al tradimento, e all’applauso o al disprezzo di chi meglio o peggio le sa rappresentare.

 

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