Il Neues Museum fa parte della cosiddetta Isola dei Musei a Berlino, patrimonio UNESCO dal 1999, un’area urbana dove sono raggruppate le più belle collezioni d’arte e d’archeologia della capitale tedesca. L’edificio ospita la collezione d’arte egizia che può vantare alcuni pezzi dal valore e dalla bellezza straordinaria, come ad esempio il Busto di Nefertiti.

Il museo venne eretto tra il 1841 e il 1859 dall’architetto Friedrich August Stüler, un allievo del più celebre Karl Friedrich Schinkel. Durante la Seconda guerra mondiale l’edificio venne gravemente danneggiato e rimase in stato di abbandono durante il periodo della DDR. L’Isola dei Musei fu infatti inglobata nella Berlino dell’Est che non aveva le risorse per affrontare dei restauri di tale portata tanto che, in alcuni casi, come ad esempio in quello del castello imperiale davanti all’Altes Museum, preferirono radere al suolo le rovine e ricostruire ex novo. Fortunatamente l’edificio di Stüler non subì la stessa sorte e dopo la riunificazione della Germania, avvenuta con la caduta del muro nel 1989, si decise di restaurarlo. I lavori furono affidati all’architetto inglese David Chipperfield e durarono oltre dieci anni. Dopo più di sessantanni di chiusura il museo riaprì finalmente le sue porte al pubblico nel 2009.

Chipperfield ha optato per un restauro in linea con i principi dichiarati nella Carta di Venezia, documento redatto nel 1964 per disciplinare le modalità di conservazione e restauro dei beni architettonici, sotto la spinta dell’acceso dibattito che animava studiosi di tutto il continente sulla ricostruzione delle città europee fortemente danneggiate dalla guerra, per cui le direttive offerte dalla precedente Carta di Atene risultavano inadeguate. L’architetto ha dunque cercato, per quanto possibile, di impiegare i resti dell’edificio preesistente e, dove non era rimasto nulla, di integrare nello spirito e nelle forme dell’architettura di Stüler. Egli non ha però cercato di proporre una mera imitazione dell’elemento passato ormai scomparso, ma ha tentato piuttosto di rievocarlo, lasciando ben visibile l’atto di riempimento. Ovvero, ad occhio nudo, il visitatore è capace di riconoscere gli elementi dell’edificio storico da quelli di completamento del restauro. Si prenda ad esempio l’imponente scalinata, fulcro dell’edificio, andata completamente distrutta durante la guerra: Chipperfield la rievoca grazie alla forma che ricalca fedelmente quella precedente. Ma si distacca da essa perché non ripropone la balaustra in ferro battuto ma, al suo posto, colloca una sobria scalinata in cemento bianco, che crea un contrasto evidente con le pareti di mattoni rossi lasciati a nudo. Ma, nonostante il contrasto, nell’edificio di Chipperfield non c’è mai rottura, i nuovi elementi si integrano armoniosamente con i resti ottocenteschi. Si respira un’aria di pace all’interno del Neues Museum dell’architetto inglese, per quel candore che domina oggi alcune stanze e per quel sentimento di orgogliosa resilienza che trasmette l’intero edificio.

Sarà forse a causa della sua travagliata storia, dichiarata senza paura nelle colonne ancora annerite e scalfite dalle bombe, dagli affreschi incompleti, dai muri a patchwork, o forse per le splendide opere che contiene, che rappresentano la nascita della civiltà, ma all’interno del Neues Museum si percepisce un profondo sentimento spirituale che lo rende un vero e proprio tempio laico alla cultura e alla ragione.

Infine, il restauro di Chipperfield è un silenzioso omaggio all’imperfezione, alla storia e alla memoria. Tramite le sue scelte l’architetto ha voluto esaltare la rovina, come un altro inglese aveva fatto prima di lui, ovvero John Ruskin.

Il Neues Museum è oggi perfettamente in bilico tra passato e presente, tra il bisogno dei berlinesi di guardare avanti e la necessità di conservare la memoria di quello che è stato. Oggi, nella nostra società contemporanea che esalta una bellezza unica, utopica e senza macchie, l’architetto inglese ha compiuto un atto profondamente alternativo, esaltando invece la straordinaria bellezza dell’imperfezione.


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David

Architettiroma

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