Rousseau crea con i suoi dipinti un immaginario onirico fiabesco, dove rifugiarsi dalle ostilità del mondo con lo sguardo di un bambino.

Nella Parigi ottocentesca un’artista autodidatta evade dalla quotidianità del lavoro da dogana grazie all’arte. Henri Rousseau. Il pittore, il doganiere, il sognatore. Un uomo che sopravvive alle difficoltà familiari ed economiche ricreando con la pittura paesaggi esotici di evasione. Nonostante l’artista non si sia mai mosso dai confini parigini, le sue giungle lussureggianti di fine secolo colgono il binomio simbolico e rituale della natura selvaggia. Là, dove tra le fronde degli alberi si nascondono soggetti da fiaba, in un immaginario onirico che nasce dalle illustrazioni da rivista, dalle fotografie, dalle cartoline e dai racconti di viaggio. Non sono molti coloro che colgono da subito le potenzialità del pittore. Serve quello sguardo fanciullesco di un uomo che è rimasto ancora bambino. Che non chiede fama, ma vuole solo dare sfogo alla sua istintuale creatività.

Un atteggiamento pittorico candido, innocente che lo colloca tra i principali esponenti della pittura naïf. Si tratta di uno stile che valica i dettami accademici formali e dà libero sfogo alla creatività. Il dipinto è una narrazione fiabesca tinteggiata di cromatismi brillanti. La comunicazione è immediata e suggestiva. Travolge lo spettatore in un sogno surreale guidato da una pennellata volutamente ingenua. Rousseau segue questa tendenza pittorica. Dagli anni ’90 dell’800 i suoi paesaggi esotici raccontano una storia. Il rapporto armonico tra uomo e natura. Non c’è alcun messaggio etico-morale di scontro tra le due realtà, ma solo convivenza pacifica in un’oasi lontana dal mondo civilizzato. Così come non traspare violenza dalla caccia animale. La preda soccombe sconfitta alla volontà del felino in un corso naturale degli eventi. Non c’è lotta, solo l’abbandono al volere di Madre Natura. Come compare nell’opera “Lotta fra tigre e bufalo” (1908-1909).

Rousseau gioca con i colori chiari e scuri per svelare il duplice aspetto della natura. Da un lato la ritualità quotidiana alla luce del sole, dove i fenicotteri si abbeverano e le scimmie si rincorrono tra gli alberi. Dall’altro il simbolismo misterioso della giungla più incontaminata. Qui l’uomo si addentra nella fitta oscurità della notte noncurante del pericolo. Un’incantatrice di serpenti suona il flauto sotto la luna, mentre una zingara dorme accanto ad un leone. Ogni personaggio crea una propria storia che coinvolge il paesaggio circostante. Tutto è velato da una pacata tranquillità che avvolge un’atmosfera da sogno, rilassante. È la fiaba della buona notte che cela le preoccupazioni e i pericoli. Il bambino sa di potersi addentrare nella costellazione di racconti incantati senza perdersi, perché tutto rimane una fiaba.

L’artista racconta attraverso i suoi dipinti un mondo incantato, una giungla fiabesca dove non esistono pericoli. È una fantasia creata dall’uomo in cerca di evasione in un immaginario infantile. Un uomo che guarda la realtà filtrata da uno sguardo puro, angelico, non contaminato dalle preoccupazioni. La risposta ad un mondo ostile e infelice.