“Mi ricordavo di essere stata un ragazzo”, scrive Elsa Morante a Italo Calvino nell’autunno del 1956.
L’anno seguente viene pubblicata L’isola di Arturo, un romanzo che ha tutta l’aria di nascere sotto il segno di quella lettera. Ovvero, L’isola di Arturo sembra essere il diario di bordo di quella vita altra che la Morante ha vissuto, o pensa di aver vissuto, o vorrebbe aver vissuto.

Il sottotitolo del romanzo è Memorie di un fanciullo: la Morante costruisce accuratamente il corpo e la voce di un adolescente maschio. Lo fa parlare da dopo e da lontano e cioè da quella distanza necessaria a trasformare un’esperienza in una parabola che sappia di assoluto, mito e leggenda.

Elsa Morante si inserisce così, in quel modo che è suo e di nessun altro, nel dibattito realismo/neorealismo: con il tono fantastico, favolistico e con una simbologia che spesseggia nelle pagine del romanzo.

Morante, 1912. Cresciuta nella Roma popolare di Testaccio, è la figlia illegittima di Augusto Morante, sorvegliante in un istituto di correzione giovanile. Spesso il padre la porta con sé al riformatorio ed Elsa, piccola, gioca con i ragazzini e le loro cose.
Che nasca in quei giorni Arturo? La Morante, sotto una dissimulazione artisticamente elaborata, sembra risponderci.

Facciamo un passo indietro, verso lo stile della scrittrice, alla ricerca di qualche indizio.
La scrittura di Elsa Morante è stata esperienza certamente fisica.
Ebbe bisogno di una stanza tutta per sé, anzi di più stanze, in cui isolarsi, raccogliere e raccogliersi, per esprimersi poi. E per esprimersi in un modo perfetto, frutto di un lavorio quasi ossessivo.
Bastano a dimostrarlo i quaranta quaderni per Menzogna e sortilegio, i sedici per L’isola di Arturo, i diciotto per La storia?
Se non fossero sufficienti, potremmo contare anche le carte sciolte, gli appunti. Elsa discute con se stessa delle varianti, dei sinonimi e della musicalità dei versi (che tali sono, anche nella prosa), delle condizioni psicologiche e delle pose caratteriali dei suoi personaggi.
“Non bisogna dire ogni cosa!”, si ripeteva la Morante. Il suo sforzo era quello di comunicare anche quelle cose taciute. E di tacere quelle da dire. Ecco perché la simbologia di questa scrittrice amante dei gatti è così eloquente.

In una intervista del 1972, spiega: “Sono più autobiografici i romanzi di qualsiasi altra cosa si possa raccontare di sé. Perché nei romanzi avviene come nei sogni: una magica trasposizione della nostra vita, forse anche più significativa della vita stessa, perché arricchita dalla forza dell’immaginazione. La mia vita sta in Menzogna e sortilegio, nell’isola di Arturo…”

Cerchiamo di chiudere il cerchio ora.
Tanto spesso Elsa si rivolgeva a se stessa (“Cara Elsa, siamo intesi: copiare il libro, e poi basta morire. Quel che ti resterebbe da fare dopo non sarebbe che mortificazione e scherno. Allora promesso eh? Affettuosamente, Elsa”.)
L’isola di Arturo lo dedica a Remo N., Remo Natales si intende dagli appunti autografi, e sotto anagramma di Elsa Morante, scrive la scrittrice. In esergo, nella dedica, si trova lei stessa. In una posizione sintatticamente rilevante la Morante riserva un posto a se stessa, o meglio, alla se stessa sognata e desiderata, il ragazzo che ricorda di essere stato.
“Io, se in lui mi ricordo, ben mi pare…”, con questo verso preso in prestito da Saba, incipit del primo capitolo, la Morante comincia il racconto dell’addio all’infanzia di Arturo, re e stella del cielo.

Quindi, se stessa in esergo, se stessa in filigrana. Ma questo non facilita il compito di parlare di Elsa Morante.

“È che non riesco a dissociare l’immagine di Elsa Morante scrittore e poeta dall’immagine che ho di lei come persona fisica, vivente e contemporanea. Le due immagini si confondono, si sovrappongono”, scrive di lei Cesare Garboli, “E so come sia difficile definire persone che quanto più esprimono, quanto più si manifestano, più lasciano trasparire, di se stesse, non la loro evidenza, ma il loro mistero. Persone dal facile approdo, ma di conquista impossibile. Simili a universi, si lasciano percorrere, esplorare da cima a fondo, ma non si lasciano conoscere. Simili a continenti, ci ricordano continuamente che non c’è continente che non sia un’isola”. 

Elsa Morante si manifesta, ma solo come anagramma.


 

FONTI
Elsa Morante, L’isola di Arturo, Torino, Einaudi, 1995, introduzione di Cesare Garboli