17 novembre 2018

LE RELAZIONI PERICOLOSE, OVVERO LA SEDUZIONE DELL’INTELLIGENZA ATTRAVERSO IL DISCORSO EPISTOLARE

LE RELAZIONI PERICOLOSE, OVVERO LA SEDUZIONE DELL’INTELLIGENZA ATTRAVERSO IL DISCORSO EPISTOLARE

Le Relazioni Pericolose, fino ad oggi al teatro Franco Parenti, di Elena Bucci e Mario Sgrosso è uno spettacolo che rimane felicemente fedele al testo originale, uno dei capolavori della letteratura europea e tra i padri del genere romanzesco: Les liaisons dangereuses di Pierre-Ambroise-Francois Choderlos de Laclos, generale di Danton prima della rivoluzione francese.

Bucci e Sgrosso, rispettivamente la marchesa de Merteuil e il Visconte di Valmont, recitando il testo originale delle lettere di cui il romanzo è costituito, mantengono la bellezza del linguaggio lessicalmente fine e sintatticamente raffinato della corrispondenza tra i nobili della corte francese settecentesca. Tale linguaggio è anche massimamente erotico ed affascinante, in quanto costruito su schermaglie e codici che la coppia di aristocratici, depravati per noia, capovolgono e ribaltano oltre i limiti della decenza e della comune morale.

La marchesa de Merteuil, abile orchestratrice della vicenda, manovra come burattini i personaggi della storia con affabilità e grazia, rivelandosi come la figura più oscura e maligna e al contempo più degna d’ammirazione, per la straordinaria freddezza, strategia e abilità.

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La marchesa, pur essendo di Valmont compagna nella depravazione e forse anche maestra, è riuscita a mantenere fama di donna casta e rispettosa, studiando con minuzia ogni mossa fin da quanto fece la sua comparsa in società all’età di 15 anni. Sposata col marchese di Merteuil e poi rimasta vedova, seppe tessere le sue numerose relazioni amorose con astuzia, preferendo ai piaceri dell’amore quelli dell’inganno, in quanto l’amore, a differenza dell’inganno, non può essere controllato. Le parole stesse del personaggio possono spiegare meglio questa complessa e contortamente affascinante psicologia:

“Sono entrata in società che ero ancora una ragazzina e quindi votata al silenzio e alla passività per la mia condizione femminile, ma ho saputo approfittarne per osservare e riflettere. Nel tempo in cui pensavano che fossi sventata o distratta, davo poca attenzione, a dire il vero, ai discorsi che si ritenevano tenuti a farmi e invece molta a quelli che cercavano di nascondermi. Questa utile curiosità servì a istruirmi e m’insegnò anche a dissimulare; forzata spesso a nascondere l’oggetto delle mie attenzioni agli occhi di quelli che mi circondavano, imparai a guidare i miei come volevo io e a fingere così quello sguardo distratto che molto spesso anche Voi avete lodato. Incoraggiata da questo primo successo cercai di padroneggiare allo stesso modo i vari movimenti del viso. […] Ero allora giovanissima e quindi disinteressata; ma sentivo già che il pensiero era l’unico bene che possedevo, e m’indignava pertanto l’idea che altri potesse carpirmelo o sorprenderlo contro la mia volontà. Appena ebbi a mia disposizione queste mie prime armi, cercai di farne uso; e, non contenta d’essere diventata ormai impenetrabile, mi divertii a mostrarmi sotto i più svariati aspetti. E quando fui sicura dei miei gesti mi misi a osservare i miei discorsi, regolando gli uni e gli altri secondo le circostanze o magari secondo i miei capricci. Da questo istante il mio modo di pensare fu una cosa veramente mia, e, del mio pensiero, manifestavo soltanto quel che m’era utile lasciar trapelare”

La marchesa de Merteuil, infatti, pur essendo stata amante di Valmont, è l’unica donna, tra le innumerevoli sedotte, abbandonate e umiliate dal visconte, ad essere riuscita a mantenere il silenzio su questa relazione, in virtù del patto d’amicizia suggellato tra i due.

Tra la marchesa e Valmont è un rapporto strano, morboso, che forse oggi sarebbe definito “coppia aperta”: i due si raccontano infatti le loro vittorie amorose, in un gioco che non è altro che affermazione di potere. Da alleati, si scambiano favori, decidendo di umiliare, per vie contorte e indirette, la vittima designata, sia pure per capriccio o per vendicare antichi torti, come per il conte de Gercourt, madame de Volanges o la presidentessa de Tourvel.

In questo gioco di inganno, seduzione e potere a pagare le conseguenze tuttavia non sono sempre i destinatari reali: per colpire Gercourt e M.me de Volanges, la marchesa e Valmont non si fanno scrupoli a passare sul corpo e l’anima dell’ingenua e innocente quindicenne Cecile. O meglio, a porre resistenza inizialmente è Valmont, e assurdamente è la Merteuil ad insistere che il visconte “svezzi” la giovane prima del matrimonio e lo sfida a far ciò con richieste e ricatti.

Valmont pare invece innamorato della casta e austera presidentessa di Tourvel, anche se in realtà nemmeno lui riesce a distinguere se sia mosso da amore per la donna o dalla sfida di sedurre una così difficil preda. Dopo un lunghissimo corteggiamento, Valmont riesce a far innamorare di sé la presidentessa e pare esserlo a sua volta. La marchesa di Merteuil, lo sbeffeggia per esser diventato debole, per essersi fatto legare e coinvolgere e lo sfida a consegnare una lettera da lei scritta alla Tourvel, con la quale lui le avrebbe comunicato il suo abbandono e che inizia così:

Ci si annoia di tutto, è una legge di natura”.

Valmont accetta la sfida e la consegna, provocando la caduta della presidentesa de Tourvel in uno stato di pazzia.

La posta in gioco avrebbe poi dovuto essere una notte d’amore tra i due, ma dopo che Valmont fa la sua parte, abbandonando la Tourvel, la marchesa si tira indietro, confessandogli che lui stesso è stato un burattino in suo potere, essendo ella riuscita a fargli lasciare la donna che amava. Inoltre, la marchesa non acconsentirebbe a diventare una delle tante, perdendo il suo primato; entrambi, gli spiega, devono giocare la loro differente partita: non va bene avere quattro mani su un solo tavolo, meglio mantenerne due per tavolo. E così, il rapporto amoroso, solo in potenza tra Merteuil e Valmont, non può tradursi in atto: se così fosse uno o l’altra dovrebbe perdere, vinto/a dalla seduzione; la marchesa, fredda e dissimulatrice, preferisce sottrarsi e non consumare l’amore col partner di gioco ma solo con vittime sacrificali.

Il visconte non accetta la beffa e così l’amicizia si trasforma in guerra, dove i due titani si atterrano a vicenda, vincendo la marchesa solo in apparenza: se infatti Valmont muore in duello a causa di lei, ma onorevolmente, la marchesa sopravvive, ma le sue lettere, diffuse da Valmont prima di morire, rovinano completamente sua reputazione. Inoltre il romanzo, e dunque lo spettacolo, vuole che la Merteuil si ammali di vaiolo, perdendo un occhio. Nello spettacolo poi, rimasta sola, la marchesa appare disperata e grida il nome di Valmont, che però è morto, rivelando come anch’ella sia stata intrappolata dalle maglie dell’inganno da lei stessa costruite, al punto tale che la menzogna è ormai tutt’uno con la verità e non più distinguibile.

Questo finale che punisce i due corrotti protagonisti non poteva d’altronde essere diverso: l’unico modo per parlare di corruzione e depravazione nel Settecento era far finire male i colpevoli, altrimenti l’opera, diffondendo una morale perversa, non avrebbe potuto esser pubblicata.

Non è stato detto che sulla scena c’è anche un terzo attore: Gaetano Colella, che, nonostante sia di figura alta e imponente, riesce a interpretare di volta in volta l’autore de Laclos, la piccola Cecile, l’anziana zia M.me de Rosmond, il giovane Danceny o M.me de Volanges, con grande maestria e finezza recitativa, senza mai cambiarsi d’abito ma mutando solo il personaggio.


 

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