Del Faust e di Goethe abbiamo parlato più volte, ma non ce ne scusiamo. Stavolta ne parleremo solamente in rapporto a chi ci si è confrontato e ha deciso di superarlo, di andare oltre. Non parliamo di qualità, ma di idee. Metteremo quindi in successione il Faust goethiano, qui come opera “base”, e il Manfred di Lord George Byron. I contatti diretti fra i due autori, massimi padri della Modernità, sono tantissimi. Due su tutti, i più suggestivi. Il primo è un contatto esterno ai due. Lo troviamo nel romanzo Confessione di un figlio del secolo di Alfred de Musset, del 1836 (Faust è stato pubblicato in due parti, la prima nel 1808 e la seconda nel 1832, mentre il Manfred è  del 1816). Musset correla i due autori, dicendo che:

Goethe, padre della nuova letteratura, dopo aver tratteggiato nel “Werther” la passione che conduce al suicidio, aveva tracciato nel suo “Faust” la più cupa natura umana che mai avesse rappresentato il male è l’infelicità. Dal fondo del suo studio, circondato da statue, ricco, fortunato e tranquillo, guardava arrivare fino a noi la sua opera tenebrosa con un sorriso paterno. Byron gli rispondeva con un grido di dolore che fece sussultare la Grecia, e sospese il suo “Manfred” sugli abissi, come se il niente fosse la parola dell’enigma orrendo nel quale si avvolgeva.

Proprio l’idea della “risposta” guida il nostro articolo. Byron letteralmente risponde a Goethe nel suo dramma. Un altro elemento di collegamento suggestivo è questo: se Byron riprende il motivo faustiano nel suo dramma, basandosi sulla Prima parte fino a quel momento pubblicata, Goethe elabora il motivo byroniano in un personaggio, Euforione, nella Seconda parte, pubblicata 24 anni dopo la prima. I due autori, così diversi biograficamente, ma tanto simili nelle opere, sembrano rincorrersi e inseguirsi nei rispettivi drammi.

Iniziamo ora dal perché Manfred sia una rielaborazione di Faust. La presentazione è la stessa. Goethe introduce il suo Eroe con un lungo monologo durante il quale egli può denunciare la sua situazione: deluso dagli studi, illuso dalla scienza, privo di certezze e sempre più lontano da ciò che tiene insieme l’universo nel profondo. Manfred appare in scena allo stesso modo. Solo nella notte, convinto che la conoscenza sia dolore e che they who know the most / must mourn the deepest o’er their fatal truth. Il posizionamento ideologico rispetto al sapere sembra lo stesso. Tanto che entrambi si rivolgono a forze superiori, sovraumane: convocano gli spiriti al loro cospetto. Se Faust non ricaverà che una cocente sconfitta dal confronto degli spiriti, che non riesce a sopportare, Manfred scopre solamente di essere ancora più senza meta e fine di quanto pensasse. Un altro momento avvicina i due Eroi: il quasi suicidio. Faust è un passo dal bere una fiaschetta di veleno quando viene richiamato alla vita dalle campane che suonano per la Pasqua, mentre Manfred sta per saltare dal versante di una montagna, ma viene salvato da un cacciatore di camosci.

Manfred è un novello Faust, e potremmo citare altre decine di passi, non lo faremo per economia. Ma vediamo dove Byron decide di spingere oltre il suo Eroe. Manfred è spesso definita la più nietzscheana delle opere di Byron, infatti è proprio sul terreno del superomismo che Faust viene superato. Vale la pena ricordare che la prima attestazione del termine “ubermensch” è proprio nella scena dell’invocazione dello Spirito della Terra nel Faust. Ma restiamo sugli spiriti, perché proprio rispetto a loro Manfred compie il suo passo in avanti. Faust era stato umiliato dallo Spirito della Terra, che ironicamente lo definisce “superuomo” nel momento in cui il mortale non riesce nemmeno a sopportarne la visione. Tanto che molti critici ritengono l’alleanza con Mefistofele una sconfitta ulteriore in questo senso, poiché Mefistofele sarebbe uno spirito inferiore a quelli che prova a convocare nella prima scena. Manfred invece convoca un altro Spirito, la Strega delle Alpi, e si presenta al cospetto di Arimane, divinità opposta a Zarathustra nella dicotomia zoroastriana, e alla sua corte, mostrano una superiorità quasi divina. Egli dice infatti di comandare gli spiriti e che questi sono suo schiavi. Ed è ciò che avviene. Gli spiriti devono riconoscere che ormai Faust è oltre i mortali e obbediscono ai suoi ordini. Faust è lontano miglia. Lo scienziato che supera i propri limiti solamente con l’aiuto dell’infimo Mefistofele viene superato dal Conte auto-didatta che piega gli Spiriti al suo cospetto grazie alla sua volontà.

Ma arriviamo all’ultimo superamento, quello definitivo. Il Faust si conclude con Mefistofele che, ritenendo a torto di aver vinto la scommessa, prende l’anima di Faust, che viene però portata in Paradiso per intervento divino. Il dramma di Byron ha uno svolgimento simile. Un Demone si presenta da Manfred per porre fine alla sua vita, in adempimento alla profezia del Secondo Atto. Manfred però ritiene questa creatura troppo “bassa” per poter finire la sua vita, e riesce a scacciarla, sempre grazie alla sua volontà superumana. Nonostante poi muoia per lo sforzo eccessivo, il superamento finale è compiuto. Faust ascende al cielo grazie all’intervento divino, dopo che la sua anima è stata presa quasi per errore. Manfred si rifiuta di accettare il proprio Destino e lo cambia solo grazie al suo fermo volere. Da anima in balia delle forze superiori a immortal mind which makes itself. Anche se qui dobbiamo segnalare un fatto cronologico. Quando Byron termina Manfred la seconda parte del dramma goethiana ancora non esiste. Byron ha superato il suo modello ancora prima d’averlo letto, chapeau.