Un America governata dal consumo, dove Warhol incontra i suoi protagonisti, descrivendo con ironia il rapporto tra prodotto e arte nella sua fruizione da parte dello spettatore-consumatore.

Andy Warhol fa luce sulla democratizzazione della società dei consumi, dove ricchi e poveri hanno accesso agli stessi prodotti. Il suo è un elogio all’America, madre del consumismo. Tutti sono dominati da un sistema che non riescono a controllare. È più grande di loro. Ma è una routine che masticano quotidianamente senza accorgersene. Democratizzazione o omologazione passiva? Warhol non vuole essere polemico, ma nel suo cinismo ironizza sul mondo capitalista. I frutti della produzione industriale riposano sugli scaffali dei supermercati, seducono lo spettatore. Seducono l’artista, che li toglie dalla concretezza del consumo per inserirli nel mondo concettuale dell’arte. L’oggetto perde il suo valore di scambio e si annulla nella serializzazione della produzione artistica.

L’artista guarda disincantato il mondo dell’arte avvolto dalle fauci del mercato. C’è equivalenza tra prodotto industriale e prodotto artistico, entrambi vengono consumati, masticati e rigettati quando la loro funzionalità svanisce. Lo spettatore è consumatore e Warhol lo sa. Per questo non gli offre un prodotto unico e originale, ma una copia di qualcosa che già esiste, riprodotta all’inverosimile in modo che annulli il suo valore originario, come nella sequenza delle bottiglie di Coca Cola del 1962. La ripetitività meccanica delle immagini è la modalità con cui Warhol ironizza sul panorama consumistico. Lo fa prediligendo la quantità all’originalità estetica e con un intento preciso, dare allo spettatore ciò che esattamente vuole. Per questo diventano protagonisti i divi del mondo collettivo.

Marilyn Monroe, icona immortale, appare moltiplicata nella serigrafia “Dittico di Marilyn” del 1962. Non si tratta di un classico ritratto ad olio, ma di una copia della famosa immagine pubblicitaria della diva per il film “Niagara”. Warhol sfrutta qualcosa che il pubblico ha già assorbito attraverso i media, ma lo trasfigura con il colore, acceso, industriale e chimico. Non è più un volto realistico, ma simbolico. Questo perché il colore nasconde i difetti umani, elevando il ritratto alla perfezione estetica. Warhol sosteneva che i difetti fossero temporanei e che bisognasse mostrare agli altri la più bella immagine che si voleva ottenere è la bellezza idealizzata dello star system, il nettare quotidiano del pubblico da televisione. Un’inconscia dipendenza da celebrità che fa sorridere chi sembra rimanerne fuori. Warhol, che nella sua Factory gioca con le frivolezze degli anni Sessanta non manca però di affrontare anche il clima politico dell’epoca, rivoluzionario e sovversivo.

L’arte tra conformismo e rivoluzione e un pubblico variegato, dove tutti però sono pedine di uno stesso sistema. Warhol se ne fa umoristico rappresentatore, tuttavia l’ironia non è data solo dallo sguardo distaccato dell’artista, ma è implicita nell’opera stessa. Si ripete infinitamente fino ad annullarsi e contemporaneamente nutre la fame del consumatore. È un circolo vizioso, che Warhol alimenta con le sue opere, non perdendo però lo sguardo critico sul mondo in trasformazione. Una critica che fa pensare, mentre lo spettatore-consumatore si perde tra la policromia dei prodotti da supermercato.