17 novembre 2018

Il clown fa ancora ridere?

Il clown fa ancora ridere?

Il clown è un tipo di comico facilmente riconoscibile per il suo make-up, la parrucca colorata, i buffi vestiti e le spiritosaggini. È l’immagine simbolo del divertimento, della risata spontanea e di quell’innocente senso di stupore che si prova dinnanzi ai giochi di questo simpatico personaggio.

In realtà, risultano ormai lontani gli anni in cui i bambini desideravano che alla propria festa di compleanno ci fosse un vistoso e appariscente clown, capace di intrattenere e di generare grosse e grasse risate per tutti. Non è poi così difficile evocare quei momenti, li si immagina come degli eventi svolti in giornate piene di sole, in cui le mamme apparecchiano con tovaglie floreali il tavolo in giardino e riempiono l’ambiente con palloncini dai colori più svariati. Si tratta quindi di una scena variopinta dove la spensieratezza regna sovrana. Tanti bambini corrono, giocano, mangiano, gridano e ridono. Ad un tratto, tutto il frastuono della festa si affievolisce e i bimbi si siedono a terra con le gambe incrociate, col mento rivolto verso l’alto e con la bocca spalancata dalla curiosità pronta a trasformarsi in riso: il clown ha iniziato il suo spettacolo.

Oggigiorno è assai difficile trovare un bambino che voglia un clown alla propria festa. Questo perché la figura del clown ha subito un’evoluzione: da personaggio comico ed innocuo a figura ambigua ed inquietante.

Il clown quindi non fa più ridere?

George Condo, The quiet thinker, 2008

Questa figura è stata trasformata dal mondo della letteratura, del cinema e persino da quello più propriamente artistico legato ai fumetti. In questi ambiti l’ironia del clown è stata usata come elemento di follia, andando così a costruire un personaggio psicologicamente complesso: un personaggio instabile, tetro e spaventoso.

L’esempio più lampante di questa sua trasformazione risiede nel più celebre quanto affascinante cattivo del mondo Comics: il personaggio di Joker. Fu il fumettista statunitense Bill Finger (insieme a Jerry Robinson e Bob Kane) a consacrarlo come icona di super cattivo e la sua fama non ha nulla a che vedere con i personaggi ai quali il pubblico è normalmente abituato né tantomeno con i protagonisti-tipo dei fumetti: non ha nessun obiettivo, nessun vero percorso da compiere. È un cattivo double-face che può essere preso e riutilizzato a piacimento, creando una bipolare sensazione di disagio quando lo si trova divertente per le sue battute (seppur egli sia ossessionato da una sciocchezza che lo porta a compiere omicidi), così come quando lo si vede compiere in modo innocente – quasi bambinesco – i suoi delitti e bramare la vendetta.

Grandi e piccini restano affascinati dalla sua intrigante e maligna personalità evocata spesso dalla sua sonora ed inconfondibile risata.

Copertina di The Killing Joke RW Edizioni (2015) di Alan Moore e Brian Bolland

La vera icona grafica di questo personaggio risiede, però, nella particolarità del suo volto: un volto deformato, incorniciato dai capelli verdi, caratterizzato dalla pelle bianca e da un ghigno folle color rosso sangue. Considerando i colori stessi che lo compongono, risulta chiaro il rimando al tipico aspetto del viso del clown.

È interessante scoprire come molti e celebri artisti contemporanei abbiano voluto – quasi in un’ottica lungimirante – indagare e approfondire nelle proprie tele questo soggetto capace di far incuriosire e appassionare il pubblico odierno.

Clowns e artisti si conobbero per la prima volta nel 1780 all’Astley’s Royal Amphitheatre (uno dei primissimi circhi sorto a Londra grazie a Philipp Astley), con l’esibizione del pagliaccio Burt che parodiava i cavallerizzi. Ai primi dell’Ottocento, Joseph Grimaldi trasformò la figura scenica del pagliaccio, convertendola in clown “teatrale” dotato anche di parola. Il circo fu inizialmente sede di giochi di audacia e di abilità, alternati a brevi intermezzi comici e nella prima metà dell’Ottocento ospitò pantomime e rievocazioni di grandi battaglie, per assumere infine la veste attuale. Era dunque il luogo perfetto per tutti quegli artisti alla ricerca di nuovi stimoli, che avevano così modo di osservare insoliti e bizzarri personaggi.

Henri de Toulose Lautrec, Al circo Fernando, 1888, Chicago, The Art Institute

Uno tra i primi pittori ad immortalare l’interessante personaggio del clown fu Pierre-Auguste Renoir che colse il suo nuovo soggetto in un momento di concentrazione, nell’attimo prima che la sua performance cominciasse.

Renoir, Il clown, 1868, Otterlo, Kröller-Müller Museum

Henri de Toulose-Lautrec restò, invece, affascinato da come questo ruolo scenico non avesse una precisa identificazione di genere, anche le donne interpretavano tale parte; donne che catturarono l’attenzione di questo artista che, come si sa, era un assiduo frequentatore dei luoghi di spettacolo.

Toulose-Lautrec, Donna pagliaccio seduta, 1896

In questa litografia la donna ritratta è una ballerina che si esibisce in vari ruoli fra cui quello dell’acrobata, contorsionista e del clown. La donna è ritratta seduta, in un momento di riposo fra un’esibizione e l’altra e ha uno sguardo ironico e distaccato.

Pablo Picasso particolarmente attratto dalle performance dei saltimbanchi, che sono frequentemente presenti nelle sue opere, invece si affeziona al lato più teatrale, più comico e specializzato nell’arte del far ridere proponendo la celebre maschera della Commedia dell’Arte: l’Arlecchino. Non a caso con l’inizio del XX secolo rinasce una certa curiosità per questa figura teatrale che era scomparsa da tempo. L’Arlecchino picassiano però è un soggetto privo di sorriso e appare piuttosto pensieroso.

Picasso, I due saltimbanchi, 1901, Museo Puškin, Mosca

Picasso, Arlecchino pensoso, 1901, Metropolitan Museum, New York

Dallo stesso artista è presentato anche un altro personaggio derivante dalla Commedia dell’Arte: Pierrot, lo zanni furbo e al tempo stesso ingenuo. Pierrot nasce come soggetto comico, ma è per lo più contraddistinto per la sua tenera malinconia enfatizzata dall’aspetto stesso del suo volto, caratterizzato infatti dalla famosa lacrima nera. La tristezza di Pierrot è dovuta dai suoi amori struggenti, romantici ed impossibili che definiscono la sua immagine di “pagliaccio triste”.

Picasso, Pierrot, 1918, MoMa, New York

Gli artisti del primo Novecento iniziarono a concentrarsi sull’intima personalità del clown dotato di una personalità ambigua: tanto comica ed efficiente (dunque in grado di soddisfare le aspettative del pubblico) quanto solitaria e fortemente malinconica nella vita quotidiana. La sua interiorità viene indagata da Georges Rouault che presenta questo soggetto in una chiave del tutto drammatica.

Rouault, Clown tragico, 1904, Montreux, collezione privata

Rouault, Clown tragico, 1912, MoMa, New York

L’attenzione di questo pittore francese – vicino al gruppo dell’avanguardia dei Fauves, da cui però si mantenne isolato – è basata principalmente sul voler catturare un’umanità delusa e marginale. La figura del clown, spesso presente nelle sue opere, è intrepretata come metafora tragica della condizione umana.


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