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27 maggio 2018

“Platoon”: il nemico dentro di noi

“Platoon”: il nemico dentro di noi

Film cult sulla guerra del Vietnam, diretto da Oliver Stone e uscito nel 1986. La storia ruota attorno alle vicende del giovane Marine volontario Chris Taylor (Charlie Sheen), appena giunto al fronte sul confine Cambogiano, alle prese con la durissima vita dei soldati americani, costantemente vittime di agguati e pericoli della giungla.
I suoi commilitoni sono tra le persone più svariate in assoluto: il plotone, diviso in due squadre, è guidato dai sergenti Barnes (Tom Berenger) ed Elias (Willem Dafoe); mentre la squadra di Barnes rappresenta l’anima marziale e brutale dell’esercito, quella di Elias è composta da autentici hippie che fanno uso di droghe e che non provano alcun gusto ad esercitare la violenza sugli altri.

Taylor è costantemente combattuto su chi e cosa scegliere. Da una parte sente di dover compiere il proprio dovere, dall’altra vede con i propri occhi l’orrore della guerra e della progressiva disumanizzazione dei suoi compagni. In particolare, assiste al massacro impunito degli abitanti di un villaggio da parte degli uomini di Barnes e del sergente stesso, semplicemente perché sospettati di aver fornito appoggio ai Vietcong. Il sergente Elias, da sempre contrario alla violenza gratuita, ingaggia un vero e proprio scontro fisico e morale con Barnes, promettendo di spedirlo davanti alla corte marziale. Il plotone si trova quindi spaccato in due e impegnato in una vera e propria guerra interna. Il conflitto civile vietnamita diventa quindi una facciata, una vera e propria scenografia in cui il nemico non è più l’esercito Vietcong, ma uno scontro all’ultimo sangue tra il bene e il male, tra Elias e Barnes, tra la violenza e la ragione.

Platoon ha, senza ombra di dubbio, anche una potentissima componente religiosa. Quasi ogni personaggio della storia è un “nome parlante“, ossia possiede un appellativo riferito a personaggi o entità religiose. Elias è un tipico nome di origine ebraica (El-Yah, letteralmente “YHWH è Dio”), Barnes deriva dall’anglo-sassone “Barn”, che di fatto significa “giovane guerriero”, mentre Rhah (un altro sergente) porta nientemeno che il nome del dio Sole Ra.
Un altro grande elemento presente nella pellicola è la scenografia. Durante uno scontro a fuoco con i Vietcong, viene più volte ripresa una chiesa cristiana in rovina, vicino alla quale è stato allestito un ospedale da campo per evacuare i feriti. Il tutto nel corso della “guerra civile” del plotone, una scelta non casuale. Le rovine potrebbero essere interpretate come “il crollo della fede” o “la fine dell’integrità morale” dei soldati; si sono macchiati di così tanti crimini che i loro simboli religiosi non possono proteggerli e nemmeno Dio può perdonarli.

Anche Taylor va incontro ad una evoluzione non indifferente, soprattutto fisica. Nelle prime battute del film lo si può vedere in marcia quasi sempre di fianco a Barnes, armato di tutto punto, visto come un autentico esempio da seguire. Immediatamente dopo il massacro al villaggio, Taylor va incontro ad un cambiamento radicale: si toglie progressivamente la divisa, indossa una bandana, combatte con più fervore, arrivando a diventare un autentico guerrigliero senza paura, proprio come Elias. L’ago della bilancia si sposta da un estremo all’altro.

Platoon è in indubbiamente un capolavoro nel suo genere. Sarebbe non corretto paragonarlo ad altri film di tale calibro, come Apocalypse Now, che mostra la brutalità della guerra sotto un’ombra decisamente più patriottica (stelle e strisce ovunque, superiorità assoluta degli americani), mentre il suddetto non mostra una sola bandiera americana per tutta la durata del film, come per sottolineare l’isolamento assoluto dei soldati dal resto del mondo.

Io ora credo, guardandomi indietro, che non abbiamo combattuto contro il nemico… abbiamo combattuto contro noi stessi. E il nemico era dentro di noi. Per me adesso la guerra è finita, ma sino alla fine dei miei giorni resterà sempre con me. Come sono sicuro che ci resterà Elias, che si è battuto contro Barnes per quello che Rhah ha chiamato: il possesso della mia anima. Qualche volta mi sono sentito come il figlio di quei due padri. Ma sia quel che sia… quelli che tra noi l’hanno scampata, hanno l’obbligo di ricominciare a costruire. Insegnare agli altri ciò che sappiamo e tentare con quel che rimane delle nostre vite di cercare la bontà e un significato in questa esistenza.” – Chris Taylor, ultima battuta.


Fonti

Dramatica

 

 

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