Tema caldo di queste ore è sicuramente l’attacco portato a termine dagli Stati Uniti nei confronti della Siria, con il solo appoggio di Francia e Regno Unito; di cosa si è trattato esattamente?

Non è stato chiaramente un fulmine a ciel sereno, poiché in realtà il clima internazionale da giorni trepidava per gli effetti delle minacce di intervento da parte USA nell’area, specialmente nei confronti del rais Bashar al-Assad in risposta alla recentissima accusa di utilizzo di armi chimiche lo scorso 7 aprile verso i ribelli presenti a Douma, un sobborgo di Damasco. Gli obiettivi dell’attacco missilistico occidentale, durato poco più di un’ora, sono stati, in particolare, un centro di ricerca scientifica di Damasco, all’interno del quale si ritiene venissero prodotte le armi chimiche da impiegare nel conflitto, due depositi di tali armamenti ed un centro di comando situato nella città di Homs. L’offensiva, com’è noto, è stata rivendicata con successo dagli Alleati, quale chiara presa di posizione dell’Occidente nei confronti del conflitto siriano e come ferma presa di posizione rispetto alla questione delle armi chimiche, il cui utilizzo è notoriamente vietato dal diritto internazionale, punito sia come crimine di guerra che come crimine contro l’umanità.

Da parte occidentale, tutti i rappresentanti delle nazioni agenti hanno definito l’operazione come one-time shot, vale a dire attacco unico. Lo stesso aveva, secondo i suoi organizzatori, l’obiettivo di punire il regime rispetto all’impiego, oggi come in passato, degli armamenti in discussione, volendo quindi dissuadere il regime dal compiere nuovamente simili attacchi. Già lo scorso anno gli Stati Uniti erano intervenuti nell’area sempre per condannare l’utilizzo degli armamenti chimici, tuttavia il recente attacco ha un diverso valore simbolico, grazie in particolare all’estensione dell’intervento anche a paesi diversi dagli USA, con l’intento di voler fare “qualcosa di più” e censurare l’immagine di un Occidente inerme rispetto alle atrocità del conflitto siriano.

Quanto alla Russia, altra protagonista dell’area, questa ha condannato gli attacchi come atto di aggressione non giustificato dal diritto internazionale, richiedendo la condanna dell’intera operazione dall’ONU, il cui Consiglio di Sicurezza ha tuttavia rigettato la richiesta. Diversi sono tuttavia i dubbi e le opacità che emergono dai recenti fatti siriani: in particolare gli esperti si interrogano sull’effettiva inesistenza di precedenti accordi USA-Russia in merito all’attacco, in quanto appare assai difficile giustificare la (fortunata) assenza di perdite umane e materiali russe. Al riguardo si sostiene che il lasso di tempo tra la minaccia USA e l’effettivo attacco abbia permesso non solo contatti tra le due potenze, ma addirittura agevolato il ritiro dei rappresentanti russi dall’area interessata dall’attacco.

L’UE era stata informata dei raid mirati di Usa, Francia e Regno Unito, come confermato dall’Alto Rappresentante UE Federica Mogherini. Ricordando quanto sia grave e punito a livello internazionale l’impiego di armamenti chimici in guerra, la Mogherini ha invitato tutti i Paesi, specialmente Russia e Iran presenti in Siria, ad utilizzare la propria influenza al fine di scongiurare il ripetersi di simili eventi.

Quanto alla percezione siriana, Bashar al-Assad ha un atteggiamento tutt’altro che deferente, tanto da sostenere che i missili occidentali avranno l’effetto di unire la Siria sotto la sua leadership. Gli osservatori stranieri si trovano in realtà divisi tra chi intravede una “svolta prudente” del regime conseguente all’attacco ed alla presa di posizione della comunità internazionale, e chi invece ritiene che la portata simbolica dell’attacco non avrebbe in alcun modo intaccato il regime, che senza remore utilizzerà gli armamenti al momento opportuno. Da un punto di vista oggettivo, uno Stato che interviene, peraltro, con l’utilizzo delle armi, all’interno del territorio nazionale di un terzo Stato compie certamente un atto che corrisponde ad una chiara violazione del Diritto Internazionale.

Punto cruciale della questione è tuttavia un altro, vale a dire la natura stessa dell’operazione. L’aver definito l’attacco come “punitivo” verso il regime potrebbe permettere di leggere tra le righe una sorta di “accettazione” del regime stesso e della sua condotta. Ci si aspetterebbe in realtà un rifiuto totale dell’operazione, del regime e dell’intero operato del rais siriano. La nostra epoca dovrebbe aver ormai imparato molto dalla storia del secolo scorso, dagli sconvolgimenti delle guerre; è quindi lecito aspettarsi una risoluzione del conflitto quanto più rapida possibile e per mezzo della diplomazia, piuttosto che degli eserciti.