Salma è appassionata di calcio fin da quando era bambina. L’amore per questo sport le nacque in giovane età, quando, assistendo agli allenamenti ed alle partite del fratello, rimaneva affascinata dalle tattiche, dalle strategie di gioco, da suggerimenti diretti ai giocatori lanciati dall’allenatore a bordo campo. Terminato l’allenamento spesso si avvicinava proprio all’allenatore, chiedendogli consigli o spiegazioni su un particolare esercizio o un determinato schema, prendendo appunti ed annotando tutto quanto sul proprio quaderno sognando, un giorno, di diventare una professionista di questo sport.

Quel giorno è finalmente arrivato: Salma al-Majidi è stata ufficialmente riconosciuta e tesserata dalla FIFA (Fédération Internationale de Football Association) come allenatrice; guiderà una squadra di uomini, l’Al-Ahly di Al-Gadaref, città del Sudan, ad est della capitale Khartoum. Salma, 27 anni, tuta, velo e fischietto in mano, è la prima allenatrice araba nel calcio maschile. 

Il percorso per arrivare dove è ora non è stato affatto facile in un Paese come il Sudan: nel 1983 qui fu imposta la sharia, la legge sacra islamica, e tramite una fatwa (una serie di decisioni scritte e direttive fornite dai giuristi) il Consiglio islamico definito la pratica di questo sport da parte delle donne un atto immorale, condannandolo in toto. Per questo motivo l’esordio della sua carriera fu una ripida scalata:

“All’inizio è stata dura, alcuni giocatori avevano deciso di non seguirmi solo perchè ero donna, la nostra è ancora una società tribale e molti credono che gli uomini non possono ricevere ordini dalle donne”.

confessa la ventisettenne. Nemmeno la famiglia si dimostrò disposta a sostenere le inclinazioni della giovane Salma: lo zio ed il padre, ex poliziotto oggi in pensione, si sono sempre impegnati per mettere i bastoni tra le ruote e sopprimere il desiderio della ragazza.

Ma lentamente, con una tenacia e con una passione ammirevoli, Salma è riuscita a convincere tutti: dai giocatori (“A scuola abbiamo professoresse, non capisco perché il nostro allenatore non può essere una donna” si domanda Mohamed Al Majidi, attaccante della squadra), ai tifosi, ai suoi familiari, che hanno rivalutato le proprie posizioni dopo aver visto uno striscione che inneggiava al nome della ragazza durante una partita: “Ora preghiamo Allah e speriamo che la aiuti”, confessa il padre. 

Iniziando come assistente dell’allenatore del fratello, Salma è approdata nel mondo del calcio sudanese e dopo aver allenato le giovanili dell’Al Hilil, a pochi chilometri dalla capitale del Sudan Khartum, ha compiuto lentamente la sua ascesa fino a raggiungere la serie B locale, ottenendo infine il patentino B presso la Caf, la Federazione calcistica africana, fino ad oggi. La ventisettenne è riuscita finalmente a realizzare il suo sogno: si dedica alla propria passione, ha una squadra che la apprezza e la rispetta (i giocatori l’hanno soprannominata affettuosamente “Sister Coach”), ma non è ancora soddisfatta. La sua missione è infatti quella di realizzare un campionato di calcio femminile, nella speranza che in un ambiente come quello in cui vive, in cui la cultura e la religione tendono a soffocare le donne, esse riescano a trovare un proprio spazio ed una propria dimensione espressiva tramite un linguaggio universale come quello dello sport.