Una donna dietro il mostro, che rivive nei secoli attraverso l’arte come simbolo di potere e seduzione femminile.

Regina delle Gorgoni, ma gorgone per antonomasia, Medusa non scelse di nascondersi per sempre dietro una maschera dell’orrore. Il suo destino fu deciso da Atena, che la punì per aver tentato Poseidone con la sua chioma fluente. Quando il dio sedusse la ragazza nel tempio di Atena, lei intimorita si nascose dietro l’effige della dea. Su quello scudo, più avanti nel tempo, verrà esibita la testa di Medusa, trofeo del carnefice Perseo. Il volto del mostro nasconde un’antica bellezza scomparsa, che ora lascia il posto ad artigli leonini, zanne, una lingua penzolante e occhi di fuoco. Oltre alla condanna dell’arma seduttiva della giovane: i suoi bellissimi capelli trasformati in serpi. Tuttavia la bellezza di Medusa risplende ancora dietro i suoi occhi, così che nessuno possa evitare di guardarla. L’unico prezzo da pagare per il cedimento alla seduzione? Restare pietrificati per l’eternità.

La suprema bellezza e il più spaventoso orrore si fondono nel volto di Medusa. Nelle sue più antiche rappresentazioni, intorno al VIII secolo a.C. emerge solamente il suo aspetto infernale. È ciò su cui giocano i gorgoneia dell’antica Grecia. Trattasi in origine di pendenti con funzione apotropaica, contro i flussi maligni, rappresentanti la testa di una Gorgone. Il volto di Medusa è stilizzato, mascolino, privo della bellezza femminile. Lo scopo è di incutere timore, tanto che il simbolo fu esteso sui tetti dei templi greci ed etruschi in modo da proteggere gli edifici sacri da presenze indesiderate. Passano i secoli e l’arte barocca riscopre il gusto per il conturbante. Medusa ritorna nell’iconografia seicentesca con la testa mozzata. Gli occhi sono colmi di paura, il sangue sgorga violentemente. Le serpi avvolgono il capo della Gorgone, mentre ancora sopraffatta dalla spada di Perseo guarda il vuoto. Questo traspare dai due più importanti ritratti di Medusa dell’epoca. Sono i capolavori “Scudo di Medusa” (1597) di Caravaggio e “Medusa” ( 1618) di Rubens. Nessuna idealizzazione del mito, solo una forte crudezza rappresentativa.

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Non tutti gli artisti scelgono però il lato più macabro della vicenda. Gian Lorenzo Bernini riscopre la fanciulla nel momento della trasformazione. In “Medusa” (1640) il busto in marmo mostra una donna addolorata, vittima della vendetta trasversale di Atena su Poseidone. I suoi capelli non si sono ancora completamente evoluti in un groviglio di serpi, ma già la ragazza avverte un cambiamento in sé. E ne soffre. È pienamente consapevole di ciò che le sta accadendo, ma non può fare nulla. Lo scultore rievoca l’umanità dietro il mito. Non si concentra su Medusa come arma contro i nemici, ma come umana, succube della furia vendicativa divina. Le tinte malinconiche del Bernini lasciano spazio nel 1985 ad una rivisitazione più impertinente e colorata di Medusa. È ritratta da Renato Guttuso, che punta sulla policromia in una rielaborazione originale dell’opera di Caravaggio. Anche l’artista siciliano Bruno Caruso si cimenta nella celebrazione della figura mitologica con numerosi disegni.

Proprio dalla Sicilia riecheggia l’antico mito attraverso il simbolo della trinacria. Il volto di una Gorgone è incorniciato da serpenti intrecciati con spighe di grano, da cui partono tre gambe piegate all’altezza del ginocchio. È la bandiera siciliana, ma anche un calabrese come Gianni Versace non sfugge al fascino ammaliante di Medusa. Il suo nome in greco significa “colei che domina”. E così si impone il marchio del celebre stilista. Le celebri decorazioni ispirate al mondo greco seducono e affascinano il mondo della moda. Versace ricorda il potere seduttivo di Medusa. Non una giovane inerme di fronte al potere di una dea, ma una donna forte e indipendente, capace di sedurre con il solo sguardo. La femminilità risorge dalle ceneri del mostro e la contemporaneità attribuisce un nuovo significato al potere ammaliatore della donna.