Pier Paolo Pasolini è l’emblema di un eclettismo artistico, dell’esigenza di ricercare il miglior mezzo espressivo e comunicativo. Dalla poesia alla critica, dalla narrativa al giornalismo sino alla filmografia, poche sono le strade intentate dal controverso rappresentante del Novecento Italiano. Gli esordi cinematografici risalgono al dopoguerra, agli anni ’50.


In Una Premessa in versi analizza in maniera più o meno approfondita il passaggio da una dimensione all’altra:

Perché sono passato dalla letteratura al cinema? 
Questa è, nelle domande prevedibili in una intervista,
una domanda inevitabile, e lo è stata.
Rispondevo sempre ch’era per cambiare tecnica, 
che io avevo bisogno di una nuova tecnica per dire una cosa nuova,
o, il contrario, che dicevo la stessa cosa sempre, e perciò
dovevo cambiare tecnica: secondo le varianti dell’ossessione.

Riconosce però l’insincerità della sua stessa risposta e la completa con maggiore presa di coscienza. Evidenzia quello che è di fatto un abbandono della stessa lingua italiana e, di conseguenza, della propria nazionalità. Sono dichiarazioni forti, ma non estranee alla sua figura. Una figura che riesce a fondere perfettamente le due realtà, quella letteraria e quella cinematografica, a conciliarle in modo circolare attingendo dall’una e dall’altra. Confluiscono con reciprocità ispirazioni e frutti di un’arte nella diversa forma espressiva. Sono due dimensioni inscindibili. Il suo primo momento da sceneggiatore è nel ’53 quando Giorgio Bassani, altro scrittore, lo invita a collaborare per La donna del fiume, diretto da Mario Soldati. Una simile collaborazione non era inusuale per il periodo e non rimane episodio isolato. Nel 1957 è coinvolto ne Le notti di Cabiria di Federico Fellini, ad esempio. Il momento di scarto ulteriore è il 1961, anno di uscita di Accattone, il primo vero film di Pier Paolo Pasolini, il momento in cui siede alla direzione di una pellicola e attinge a piene mani dalle tematiche a lui tanto care – la borgata romana e gli scenari di Ragazzi di vita. Roma rimane protagonista delle sue creazioni insieme al sottoproletariato, agli ultimi, gli abitanti della periferia. I film, dove non manca di coinvolgere attori non attori, ovvero proprio coloro che popolavano davvero le borgate, mirano ad avere un impatto ancora maggiore dei romanzi. Il suo è un neorealismo crudo, che non illude, che non vela la realtà e che dà voce a chi solitamente viene ignorato e nascosto.
A questa fase segue un momento in cui la letteratura gioca un ruolo ancora più importante. La dialettica è evidente in Edipo Re (1967), Medea (1970), Il Decameron (1970), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore delle Mille e una notte (1974), Salò o le centoventi giornate di Sodoma (1975). Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, i suoi ultimi film hanno alla base delle opere precedenti; che spaziano dall’antichità greca al trecento italiano toccando il panorama inglese, orientale e francese. Sono scelte non casuali che permettono al regista di immettere significati, messaggi, che gli portano anche notevoli contestazioni. Soprattutto nella fase finale, infatti, la tematica della sessualità esplode nella sua preminenza.
Pasolini, tuttavia, diventa l’emblema di un arte a 360 gradi, dell’impossibilità per un artista di circoscrivere il proprio estro e il proprio bisogno comunicativo in vincoli imposti e coercitivi, limitativi, claustrofobici.


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