La stagione della primavera può essere considerata, a buon diritto, uno dei trending topics dei poeti nella storia della letteratura italiana e straniera dalle origini ai giorni nostri. Viene celebrata, infatti, per la magia che porta con sé, ossia la straordinaria capacità di ridare vita ad alberi, piante, fiori, cielo, e via discorrendo. La primavera è, per antonomasia, la metafora della rinascita che poi si declina nelle più svariate correlazioni con la natura, con l’umanità e con l’amore.

Pablo Neruda

Di seguito sarà analizzata la primavera presente e descritta nei versi di uno dei più famosi poeti a livello internazionale, ossia Pablo Neruda: si metteranno a confronto due celebri componimenti, Ode all’autunno e Giochi ogni giorno con la luce dell’universo. Nato nei primi anni del secolo scorso, Neruda (all’anagrafe Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto) fu poeta, diplomatico e politico cileno, ed è considerato uno degli autori più importanti all’interno della letteratura latino-americana contemporanea. La sua poesia, assai delicata nel suo immaginario, possiede forti connotazioni politiche in quanto lo stesso autore era influenzato dalle vicende che sconvolsero il mondo in quel tempo, tra cui la guerra civile in Spagna, la guerra fredda e la morte di Salvador Allende: così, dagli anni Quaranta, la produzione di Neruda iniziò a vertere sui temi del dolore, dell’umiliazione, della speranza, e, in modo quasi antitetico, del manifesto propagandistico. Nel 1971, il poeta vinse il Premio Nobel.

Tra le sue opere principali si annoverano: Crepusculario (1923), Tentativa del hombre infinito (1926), Residencia en la tierra (1935), España en el corazón (1937), Canto general (1950), Odas elementales (1954), Nuevas odas elementales (1956), Tercer libro de las odas (1957), Estravagario (1958), Arte de pájaros (1966), La barcarola (1968), Las manos del dia (1968), Fin del mundo (1969), Las piedras del cielo (1970) e Geografía infructuosa (1972).

Nell’Ode all’autunno, il focus principale è appunto incentrato su questa stagione di passaggio, intermedia, forse un po’ ambigua, dove tutta la natura abbandona la carica esplosiva dell’estate e si prepara ad essere avvolta nella dura morsa dell’inverno. L’autunno è «modesto […] / come i taglialegna» e gli è stato affidato il solenne compito di togliere tutte le foglie da tutti gli alberi di tutti i paesi, che erano state cucite in volo dalla primavera. Ecco che questa stagione entra ponendosi quasi sullo sfondo, descritta in termini non propriamente concilianti: «Ah, che naiade / oppressiva / la primavera / con i suoi scandalosi / capezzoli / che mostra in tutti / gli alberi del mondo». La primavera, quindi, rischia di essere vista come qualcosa di meramente esteriore, che mira all’apparenza e alla superficialità lasciando che la profondità delle cose sia indagata da una stagione meno boriosa come l’autunno: «Difficile / è / essere autunno, / facile essere primavera. / Accendere tutto / quel che è nato / per essere acceso. / Spegnere il mondo, invece, / […] / è compito di mani / virili». Addirittura, l’ondata di rinascita sembra essere portata non più dalla primavera bensì dallo stesso autunno: «Così dalle radici / oscure e nascoste / potranno uscire danzando / la fragranza / e il velo verde della primavera».

In Giochi ogni giorno con la luce dell’universo, Neruda si rivolge alla donna amata (la cui identità è anonima), elogiando l’effetto positivo che la sua sola presenza ha nella sua vita e il sentimento di amore sconvolgente che gli ha suscitato. La donna viene inserita in un paesaggio tipicamente primaverile, con tutti gli elementi e i fenomeni naturali: fiori, acqua, il grappolo a cui si paragona la sua testa, le ghirlande gialle, la pioggia che si denuda, il temporale che «scioglie tutte le barche che ier sera s’ancorarono al cielo», i caprifogli, le farfalle, i copihues, le nocciole oscure e via discorrendo. Fino ad arrivare al distico finale della poesia, stupenda e famosissima dichiarazione d’amore: «Voglio fare con te / ciò che la primavera fa con i ciliegi». L’essenza di questo testo è, semplicemente, l’invito a farsi primavera, laddove essa viene così strettamente correlata all’amore.

Entrambi i componimenti presentano un’immagine diversa della primavera, ma forse non diametralmente opposta: essa appare come una stagione esplosiva e il concetto di rinascita non è inteso come un processo graduale (la gradualità appartiene, invece, all’autunno e al suo arduo compito) bensì come qualcosa di improvviso. I ciliegi fioriscono tutto d’un tratto, e così è l’amore, così è la vita, che esplode e deve esplodere senza che questo richieda necessariamente una fitta rete di cause scatenanti o un arco temporale lungo.

La primavera viene dunque celebrata anche da Neruda, che rivolge un indiretto invito ai lettori ad apprezzarne tutte le varie sfumature di bellezza e, ancora di più, a farsi essi stessi primavera: ad esplodere di vita e di amore, senza aspettare e senza temere più di tanto le conseguenze (tanto c’è l’autunno per, eventualmente, dedicarsi a ripensamenti), in un rapporto di perfetta simbiosi.