Una panoramica sulla vita del celebre artista attraverso le fotografie di coloro che lo hanno immortalato e lo hanno accompagnato nella vita, così come nell’arte.

Il Novecento è il secolo in cui la fotografia raggiunge il grande pubblico attraverso la stampa. Tra le più importanti riviste scorrono i ritratti degli artisti dell’epoca. Sono eccentrici, esuberanti e avvicinano lo spettatore al mondo dell’arte. Tra di loro Pablo Picasso. Forse l’artista più fotografato di tutto il Novecento. Picasso coglie da subito le potenzialità del nuovo strumento fotografico. Lo sfrutta per promuovere la sua immagine pubblica. Al tempo stesso però traspare la vita di un uomo prima di un grande artista. Si riscopre un Picasso giocoso, circondato dalla famiglia e dagli amici.

Picasso si avvicina alla fotografia nel 1904. Si è appena trasferito a Montmartre, dove condivide gli anni antecedenti alla rivoluzione cubista con artisti e letterati, come Modigliani e Apollinaire. La Parigi della Belle Époque accompagna uno stile di vita bohèmien. Giornate di una giovinezza spensierata, raccontata dalle fotografie di Jean Cocteau.

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Passano vent’anni e l’immagine pubblica del pittore è ormai consolidata. È il 1932 quando l’artista incontra il fotografo ungherese BrassaÏ, chiamato da André Breton per immortalare una statua di Picasso per la rivista “Minotaure”. BrassaÏ coglie la realtà con un solo scatto, così come appare, priva di pietà. Egli fotografa i grandi artisti come persone comuni, immerse nella loro quotidianità e indifferenti allo sguardo del fotografo. È quello che traspare dai numerosi ritratti di Picasso intento ad eseguire, o semplicemente, a contemplare, le sue opere. Nei ritratti di BrassaÏ non c’è manipolazione, non c’è narrazione. È un momento di vita quotidiana che si svela in tutta la sua essenza.

Sono gli anni Trenta e BrassaÏ collabora con una giovane donna, Dora Maar. Ha 28 anni quando incontra Picasso. Diventa la sua amante e musa, ma prima di tutto è una fotografa. Gli scatti di evoluzione dell’opera “Guernica” diventano famosi in tutto il mondo. È un momento in cui Picasso chiede a molti artisti di documentare il suo lavoro e renderlo pubblico. Come Man Ray, la sua frase di punta è “Non bisogna mai rifare la stessa cosa due volte”. Una perla subito colta dal giovane fotografo André Villers. Con la follia dei vent’anni, Villers sperimenta. Gioca con l’obbiettivo e con le pellicole. Le sue immagini non sono fredde e distaccate, ma empatiche. È un dialogo continuo tra il soggetto e lo spettatore. Nei suoi ritratti, Picasso svela una vena scherzosa dietro il suo sguardo magnetico. Ride con Villers, sapendo mediare con intelligenza tra ciò che vuole comunicare e l’interesse del fotografo.

Dopo i tempi bui del secondo conflitto mondiale, Robert Capa fa luce sull’intimità familiare. Sono gli anni Cinquanta e il fotografo coglie gli attimi estivi di Picasso in Costa Azzurra con la compagna di allora, Françoise Gilot. Gli scatti confluiranno tra le pagine della rivista “Tempo”, mostrando al pubblico italiano lo stile di vita agiato dell’ormai celebre artista. Il mondo dell’arte si inserisce così nel panorama dei pettegolezzi da celebrità. È Robert Capa a presentare Picasso al fotografo americano David Douglas Duncan. Si conoscono negli anni ’50,  un’amicizia che durerà  fino alla morte di Picasso nel 1973. Duncan prosegue sulla scia dell’intimità fotografica di Capa. Il suo è un Picasso privato, tra la famiglia e gli amici, oppure nel suo studio, con le sue opere. Quelle di Duncan sono le prime fotografie da colori del pittore, con quel tocco da rivista illustrata.

La fotografia novecentesca scopre la fisicità come strumento comunicativo più potente dell’immagine pittorica. Il pittore non si nasconde più dietro la firma su tavolozza, ma si vende al pubblico. Spettacolarizza l’arte attraverso sé stesso. La macchina fotografica non ha filtri e Picasso lo sa. Da fotografo a soggetto fotografico si fa conoscere incensurato al suo pubblico. E funziona.