15 dicembre 2018

Dossier| Made in Italy e cinema, un abbraccio mortale

Dossier| Made in Italy e cinema, un abbraccio mortale

Negli ultimi tempi, sia il mondo economico sia la politica, ha puntato sempre più sull’etichetta Made in Italy come brand su cui l’Italia dovrebbe investire per mettere in luce le sue eccellenze. Indubbiamente ci sono ambiti dove il Made in Italy è effettivamente sinonimo di qualità apprezzata in tutto il mondo, ma ci sono anche settori dove l’etichetta assume un valore molto più problematico, fino quasi a capovolgersi nel suo contrario. Se pensiamo infatti al cinema e, più in generale, al mondo dello spettacolo made in Italy, a essere onesti difficilmente la prima cosa che ci verrebbe in mente è “eccellenza invidiata dal resto del mondo”; molto più probabilmente ci troveremmo a riflettere piuttosto su quali sono i motivi per cui il cinema e la televisione italiana sono così indietro rispetto alle grandi produzioni statunitensi di successo.

Anche i dati lo confermano: il 2017 ha visto un crollo degli spettatori italiani che vanno al cinema per vedere film di casa nostra. L’incasso totale in sala nell’ultimo anno è crollato del 46,35% rispetto all’anno precedente, e anche la quota del cinema italiano al box office è arrivata sotto il 20% del totale, con un misero 17,64%, che rappresenta una diminuzione dell’11% rispetto al 2016: gli italiani, in sostanza, snobbano sempre di più i film dei propri connazionali a tutto vantaggio delle grandi produzioni hollywoodiane, che fagocitano il 66,28% degli incassi al cinema. E all’estero com’è la situazione? Fanno impressione i dati che riguardano i film italiani che hanno avuto maggiore distribuzione nelle sale europee: Gomorra ha totalizzato 1 milione e 625 mila spettatori, Pranzo di ferragosto 558 mila presenze e Mine Vaganti ha raggiunto circa 525 mila persone. Numeri che a stento riescono ad arrivare a 1 milione: si avvicinano più alla realtà del cinema indipendente che agli standard di pubblico richiesti a produzioni finanziate dai più importanti player del mercato italiano.

Il problema è che il mondo dello spettacolo di casa nostra ha interiorizzato del concetto di Made in Italy soprattutto l’aspetto di orgoglio nazionale, molto meno quello di opportunità strategica per intercettare, raggiungere e penetrare mercati bisognosi di alti standard. Il cinema italiano, e il mondo dello spettacolo in generale, è stato per lungo tempo un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale, oltretutto in epoche in cui l’Italia versava nella miseria più totale e proprio poco aveva da offrire a livello d’immagine. Eppure le prime grandi produzioni filmiche d’autore trovano le loro radici in Italia: Cabiria già nel 1914 poteva vantare la firma di un intellettuale del calibro di Gabriele D’Annunzio, e proprio quel film segnò la nascita dell’idea di colossal filmico, che poi farà la fortuna di Hollywood. Molto prima la commedia dell’arte e la commedia goldoniana avevano segnato secoli di produzione teatrale in tutta Europa. Ancora il neorealismo, al suo apparire, aveva segnato uno spartiacque mondiale nelle modalità di racconto filmico. Ma proprio il neorealismo è identificativo di quella cancerogena interpretazione di Made in Italy che poi si è imposta nel mondo cinematografico italiano: la consapevolezza di aver prodotto soluzioni innovative non ha spinto a proseguire nella ricerca, ma anzi ha causato un arroccarsi orgoglioso, prepotente, e nel lungo periodo sempre più paludoso, in stilemi che hanno finito per essere sempre uguali, parole d’ordine ripetute per moda e tradizionalismo, aspetti ancor più sorprendenti se si considera che il cinema italiano di questi ultimi 60 anni ha comunque sempre amato fregiarsi di un’aurea progressista, considerandosi punta di diamante rispetto a una società bisognosa di essere guidata verso le magnifiche sorti e progressive.

In questo modo la televisione a trazione statalista e il cinema intellettualoide post-sessantottino hanno finito per farsi avviluppare in una spirale sempre più provinciale, sempre più incapace di guardare oltre il proprio giardino di casa, immobilizzati in una volontà didascalica spesso dipendente dalle più immediate contingenze politiche: Nanni Moretti ne è forse l’esempio più emblematico, e non a caso, oltre che da noi, ha trionfato in Francia, a Cannes, in un mondo cinematografico come quello francese che per tanti versi è simile al nostro per le dinamiche regressive che sono succedute alla rivoluzione della Nouvelle Vague. Entrambi questi due mondi cinematografici, accecati dal proprio orgoglio e dal conseguente disprezzo per tutto ciò che è di successo, hanno finito così per alienarsi anche il pubblico comune, stufo delle parole d’ordine ipocrite della finta rivoluzione permanente.

I rimedi a questo stato di cose però spesso sono anche peggiori del male: si va dalle crociate contro Netflix, che andrebbe spinto a fare in modo che gli utenti italiani siano costretti a privilegiare i nostri film, alle proposte di produzioni di Stato, fino all’indottrinamento culturale contro le produzioni di successo, denigrate come “serialità commerciale”. Queste, più che vie d’uscita, sembrano proprio il modo migliore per affossare definitivamente qualsiasi speranza che l’antica eccellenza del cinema made in Italy possa un giorno – speriamo non troppo lontano – rinascere dalle proprie ceneri.

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