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17 luglio 2018

Sensitivity readers, o editori della diversità

Sensitivity readers, o editori della diversità

Di Sarah Maria Daniela Ortenzio

Nel nostro continente i sensitivity readers sono pressoché inesistenti. Negli Stati Uniti, invece, vengono sempre più spesso assunti dalle case editrici e consultati da un crescente numero di autori, innescando feroci dibattiti e impietose shitstorm sui social network. In Italia iniziative analoghe sono state salutate con il boicottaggio e la fondazione di nuovi partiti ultraconservatori. Dunque pare che, nonostante la situazione sociale negli ultimi tempi stia cambiando vertiginosamente e fresche ventate di fascismo, forse mai realmente sopito, scuotano il Bel Paese, non ne sentiremo parlare ancora per qualche anno.

Sembra che a causa del denso polverone che si è creato attorno a queste figure dalla recentissima coniazione, si sia perso di vista quale sia esattamente il loro ruolo e le modalità con cui operano sui testi. I sensitivity readers sono gli editori della diversità, il cui compito principale è quello di “creare il necessario dialogo (…) tra persone che sono differenti l’una dall’altra in qualche modo“. Si tratta dunque di costruire una sorta di piattaforma attraverso cui persone di etnia, genere, orientamento sessuale diverso possano confrontarsi, al fine di offrire all’utenza un prodotto letterario che accolga in sé ogni sfumatura iridescente di ciò che significa essere umani.

Dhonielle Clayton, scrittrice e sensitivity reader

Lo scopo è senz’altro quello di produrre una vistosa frizione con le voci bianche ed eteronormative che per secoli hanno dominato nella società occidentale, svilendo e marginalizzando chiunque rientrasse in una minoranza culturale o sociale. Da questo contrasto si produrrebbe l’inevitabile cambiamento, ancora più totale in quanto non si applica attraverso un asettico provvedimento legislativo, ma agisce direttamente su ciò che forma le coscienze degli individui, che vengono plasmate di continuo in base a quanto si osserva, si ascolta e, soprattutto, si legge.

L’iniziativa infatti si sviluppa in origine riferendosi proprio a quei generi letterari pensati per le nuove generazioni, come la letteratura per l’infanzia o il genere dello young adult. I libri che formeranno le menti del futuro non possono continuare a essere basati unicamente su un’ottusa prospettiva bianca, maschia ed eteronormativa, ma devono accogliere in sé la diversità allo scopo di costruire una civiltà socialmente e culturalmente più giusta.

Ovviamente a un tentativo di riforma culturale così incisivo e pacifico non poteva mancare una lunga lista di detrattori, la maggior parte dei quali taccia i sensitivity readers di severa e ipersoggettiva censura. Le principali critiche sono quelle di chi si preoccupa per le sorti della letteratura, obiettando che queste nuove figure editoriali possano alterare anche di molto l’opera originale, inibendo l’immaginazione dell’autore e costituendosi come la legittimazione definitiva di una letteratura monocolore, dal momento che gli autori sarebbero scoraggiati a scrivere di culture differenti dalle proprie. Altri invece puntano il dito contro il fatto che i sensitivity readers producano opere letterarie che dipingono il mondo come lo si vorrebbe che fosse (senza razzismo, omofobia, sessismo etc) e non come realmente è.

Il romanzo distopico di Laura Moriarty è stato selvaggiamente criticato dalle community di lettori attive sui social network

Dal canto loro, i fautori ribattono che il vero nocciolo della questione è che le case editrici pubblichino quasi esclusivamente autori bianchi ed eteronormativi, che presentano romanzi incentrati su personaggi bianchi ed eteronormativi, e che nello stesso mondo editoriale chi appartiene a una minoranza culturale debba fare il doppio della fatica per emergere e guadagnarsi un po’ di considerazione. In questa prospettiva il ruolo del sensitivity reader semplicemente offre un microfono alla voce di chi in precedenza veniva sistematicamente ignorato, quasi come se non esistesse.

Pare però che si siano confusi i vari livelli, poiché il circuito che collega gli autori agli editori e ai lettori coinvolge sfere d’azione diverse: quella letteraria, quella economica e quella culturale e sociale. Uno dei cavalli di battaglia dei detrattori è infatti quello diretto contro le implacabili shitstorm scatenate dal pubblico nei confronti di romanzi giudicati razzisti, e che in alcuni casi hanno comportato un pesante riediting delle opere, un ritiro coatto delle copie dai punti vendita, un riassemblaggio di trame e personaggi in una forma diversa, politicamente corretta.

Questi sono atti di censura, e vengono intrapresi da chi mette il prodotto in commercio, poiché nell’epoca del social network la reputazione di un’impresa equivale alle cifre incassate alla vendita. Ma i sensitivity readers vengono consultati in quanto esperti prima che l’opera venga pubblicata, e in molti casi direttamente dallo scrittore interessato. Entrano così a far parte dell’entourage di persone che leggono le prime bozze di un lavoro in divenire, che le commentano con opportuni suggerimenti che l’autore può scegliere in qual misura seguire e in che modo. Il loro compito dunque non si scosta di molto da quanto fanno gli odierni editori quando intervengono su un manoscritto al fine di correggere inesattezze o imprecisioni.

Se scrivessimo un romanzo storico, abbiamo il dovere di informarci sull’epoca in cui ambienteremo la vicenda. Quando produciamo qualcosa, prima di offrirla al pubblico indiscriminato, la facciamo leggere a persone fidate, che possono consigliarci su passaggi poco convincenti e possono darci una sincera opinione del lavoro svolto. Se le prime persone a cui facciamo leggere la nostra opera riscontrano delle lacune o dei palesi errori, è tanto sbagliato che ce lo facciano notare, proprio per quell’amore e per quell’impegno etico e sociale che comporta il fare letteratura? Perché non può essere così anche quando le inesattezze riguardano gruppi di persone culturalmente e psicologicamente lontane dalla nostra esperienza di vita privilegiata?

 


 

FONTI

Vulture

PublishersWeekly

Writer’sDigest

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