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26 aprile 2018

DOSSIER| MADE IN A BAD ITALY: L’INDUSTRIA ITALIANA E LA GUERRA YEMENITA

DOSSIER| MADE IN A BAD ITALY: L’INDUSTRIA ITALIANA E LA GUERRA YEMENITA

Nel 2015 in Yemen è scoppiata una sanguinosa guerra civile che, pur non avendo la rilevanza mediatica di quella siriana, ha mietuto migliaia di vittime e milioni di sfollati. Lo Yemen è stato praticamente distrutto ed è diventato uno dei terreni di scontro tra due potenti Paesi musulmani, l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita. Quest’ultima invia quotidianamente i propri caccia a bombardare il suolo yemenita nel tentativo di stanarvi le forze finanziate dall’Iran.

La Sardegna è una delle più affascinanti regioni italiane, famosa per le spiagge incantevoli e per i panorami da sogno che offre ogni anno ai turisti.

Esiste un qualche nesso tra lo Yemen devastato dalla guerra e il sereno panorama sardo?

In effetti, qualcuno ha scoperto che una parte non indifferente delle armi saudite che vengono impiegate in Yemen sono assemblate in Italia. Una delle fabbriche in cui vengono prodotte queste armi si trova poco lontano da Cagliari, tra i mirti della nostra bellissima Sardegna. Gli ordigni bellici prodotti in Sardegna, che sono diventati oggetto di una recente inchiesta del New York Times, vengono imbarcati su aerei e navi e spediti in Medio Oriente. Il tragitto dal centro di produzione ai porti sardi avviene sotto la scorta di militari italiani e Vigili del Fuoco, trattandosi di materiale altamente pericoloso.

Un militare saudita

Il filo che lega la Sardegna allo Yemen tesse una tela sulla quale è dipinto il quadro di un’Italia posizionata ai primi posti tra i Paesi esportatori di armi. L’eccellenza del Made in Italy non è fatta solo di cibo, vestiti ed automobili, ma anche di macchine di morte. Nomi come Finmeccanica, Agusta e Fincantieri compaiono nelle classifiche delle più grandi aziende belliche mondiali, in posizioni non di secondo livello. E i numeri del business italiano della morte sono piuttosto chiari: nel 2014 l’export nostrano di armi valeva 2,6 miliardi di euro. Due anni dopo, nel 2016, ha raggiunto i 14,6 miliardi. Eravamo tutti occupati a protestare contro l’acquisto degli F-35, e non ci accorgevamo di battere cassa sulla produzione di armi sofisticate e, presumibilmente, di grande qualità. Un’altra eccellenza italiana che merita di essere menzionata.

Questo commercio ha anche un aspetto paradossale che non sarà sfuggito alle menti più argute. L’Italia, Paese di frontiera nel Mediterraneo, da anni si trova sotto una notevole pressione migratoria che negli ultimi mesi ha provocato una forte tensione sociale ed è penetrata in profondità nel panorama politico. La questione migratoria ha lacerato profondamente la nostra società e scatenato episodi di violenza verbale e, a volte, fisica, come è accaduto a Macerata. Il malcontento generale, però, potrebbe essere visto sotto una luce diversa, se ci fermassimo a pensare, per un attimo, che le ondate migratorie dal sud del mondo verso l’Europa sono causate soprattutto da conflitti armati. E quei conflitti armati sono resi possibili dal fatto che i cosiddetti Paesi occidentali si arricchiscono anche vendendo armi a quelli orientali. Tra questi Paesi esportatori di armi l’Italia ha consolidato una posizione di tutto rispetto. Contemporaneamente il numero di profughi aumenta, e tra di essi gli yemeniti sono sempre più numerosi.

Cacciabomardieri dell’aviazione dell’Arabia Saudita

I motivi dell’impennata dell’export italiano di armi sono molti, non da ultimo la depressione economica iniziata nel 2008. L’imperversare della crisi ha provocato un notevole ridimensionamento delle spese militari domestiche. Nel giro di pochi anni, aziende che avevano come principale cliente lo Stato italiano si sono ritrovate con gli ordini ridotti. Hanno così dovuto guardare ad orizzonti più ampi, e così la tendenza delle vendite di armi italiane si è orientata decisamente verso mercati più esotici. L’Arabia Saudita in primis.

Dal 2015, anno dello scoppio della guerra civile in Yemen, il numero di navi che lasciano la Sardegna con le stive cariche di bombe è aumentato in modo esponenziale. Molti politici ed attivisti locali lo hanno notato e hanno tenuto sotto controllo l’attività che lega la loro isola a Riad. Da lì, le bombe con i numeri di serie Made in Italy vengono sganciate sulle città yemenite, che giacciono, in buona parte, in macerie.

D’altro canto, il flusso di armi e denaro tra Italia ed Arabia Saudita è contestuale a profondi legami economici e strategici tra i due Paesi. I due politici italiani più influenti degli ultimi cinque anni, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, si sono avvicendati in viaggi diplomatici a Riad, per suggellare importanti impegni bilaterali tra i due Paesi. Impegni in cui trova spazio non solo il petrolio, ma anche la vendita di armi made in Italy all’esercito saudita. Il tutto avviene sulla pelle degli yemeniti e sulla distruzione del loro Paese.

Qualcuno potrebbe obiettare, con una punta di cinismo, che l’economia si basa anche sulle armi, e che il mondo in cui ci è dato di vivere purtroppo funziona anche così. Nel caso specifico di cui stiamo parlando c’è, però, un nodo molto importante e difficile da sciogliere. La legge italiana vieta il commercio di armi con Paesi in stato di guerra. Cioè non potremmo, teoricamente, vendere le nostre armi all’Arabia Saudita, sulla quale, peraltro, il Parlamento europeo ha posto un embargo militare nel novembre del 2017. La domanda che sorge spontanea, e alla quale non daremo una risposta, è se l’Italia, nel permettere la vendita di armi ai sauditi, non stia violando la propria legge, oltre che quella dell’Unione europea. Questa domanda deve rimanere sospesa nell’aria e suscitare il sospetto che non tutto il Made in Italy sia così meraviglioso come vorremmo immaginarlo.

Se poi qualcuno volesse ricordare che la lobby dell’industria militare è più forte dello Stato, ricordiamo quanto detto sopra, cioè che le forze dell’ordine italiane sono spesso direttamente coinvolte nel trasferimento delle armi verso i punti d’imbarco. E che ogni esportazione di materiale bellico italiano deve essere autorizzata da una licenza governativa. Ciò vuol dire che lo Stato italiano ha le mani ben dentro tutto questo meccanismo di denaro e di morte? Può essere, o forse no. Quel che è certo è che l’Italia, con la sua fiorente attività di vendita di armi, ha consolidato un ruolo importante sullo scacchiere internazionale. E molti cittadini dello Yemen possono confermarlo.

 

 

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