Rosa o azzurro, maschio o femmina: quando un individuo nasce, gli viene subito assegnato un sesso in base agli organi genitali con cui viene al mondo. Si stabilisce immediatamente se diventerà un uomo o una donna, quali comportamenti dovrà avere, quali vestiti dovrà indossare, a quali categorie sociali apparterrà. E se invece non si sentisse giusto? Se con i panni che gli vengono consegnati non si sentisse adatto? Se non si riconoscesse in una prestabilita identità? Non è necessariamente una questione di transessualità: può trattarsi semplicemente di gender fluid.

Il genere di ogni individuo esiste in uno spettro: se si immaginasse lo spettro, ai cui estremi vi siano l’espressione e l’atteggiamento più femminili e quelli più maschili che siano mai stati osservati, una persona riuscirebbe più o meno a identificare dove si trova su di esso. L’identificazione e l’identità di genere riguardano dunque quello che una persona ritiene più giusto per sé.

Così Dot Brauer, direttrice del centro LGBTQA dell’Università del Vermont, spiega il concetto di gender fluid. Per questo motivo è permesso parlare di genere “non binario”, in quanto con “binario” si intende prevalentemente un individuo che si identifica strettamente nell’uno o nell’altro genere. Essere gender fluid invece è il contrario, nel senso di sentire di appartenere a tutte le diverse sfumature che intercorrono tra i due. Ciò non determina la preferenza sessuale di una persona, non è l’equivalente della transessualità – in cui una persona individua in toto la propria identità nel genere opposto a quello che gli appartiene dalla nascita – ma riguarda prevalentemente il desiderio di cambiare le modalità di interazione con il mondo circostante giocando con i tratti femminili o maschili del proprio sé. Attenzione, però: non è un capriccio, un vezzo fisico e basta, poiché va considerato anche nei suoi fattori mentali ed emotivi per la creazione di un’identità a 360° che non si limiti agli schemi sociali prestabiliti.

Per le nuove generazioni, la questione è molto semplice e sicuramente più immediata rispetto a chi ha qualche anno in più. Non è un caso se un sondaggio realizzato dall’azienda di ricerche di mercato online Harris Poll ha dimostrato che i giovani 2.0 sono più inclini a identificarsi come LGBTQ rispetto alle generazioni precedenti, a identificarsi al di fuori della distinzione binaria tradizionale omosessuale-eterosessuale e uomo-donna. La ragione intrinseca di questo cambiamento sociale (per lo meno, nei paesi occidentali e/o industrializzati) è l’importanza del libero accesso alle informazioni grazie ai nuovi media e alle politiche, sempre più frequenti, di rimozione degli stereotipi e di favore nei confronti delle libertà fondamentali dell’individuo.

La società sta cambiando la propria posizione riguardo alla fluidità di genere, quindi, e gli esempi a riguardo sono sempre più frequenti, pregnanti e attuali in ogni ambito, dalla moda alla letteratura alle celebrities: nel 2016 il fotografo di fama internazionale Tim Walker è autore del servizio Boy/Girl/Boy di Vogue Italia, e nasce il primo blog pubblico di una madre il cui figlio “vorrebbe essere (anche) una bambina, pur essendo biologicamente maschio”. Ancora prima, al di fuori dai confini italiani, non poche celebrità si sono ritrovati a sollevare la questione, da Ruby Rose ad Angelina Jolie per la figlia Shiloh che è solita presentarsi come un maschio. Il 2018 ha visto anche la pubblicazione della prima favola a fumetto che riflette questa necessità di non avere pregiudizi sul gender fluid, firmata Jen Wang e intitolata The Prince and the Dressmaker – la cui traduzione più fedele sarebbe Il Principe e la Sarta di abiti da donna. La peculiarità che rende questa storia una perla rara non è soltanto l’abilità nel disegno e nel saper ritrarre i lati più umani dei personaggi, ma soprattutto il modo in cui porta a galla il dialogo sulla fluidità di genere ed esplora la possibilità di una relazione romantica oltre il tradizionale genere binario.

È evidente che il discorso sul genere sia una questione ancora aperta, sebbene siano molti ancora a storcere il naso e a non desiderare di aprire un dialogo. L’importante per ora è che se ne parli e, soprattutto, che ci si avvicini per familiarizzare e riuscire a creare effettivamente una società priva di pregiudizi.