Dolce, questo l’aggettivo scelto per raccontare Monica Vitti.
Fino al prossimo 10 giugno, nelle sale del Teatro dei Dioscuri a Roma, è aperta al pubblico la mostra multimediale “La dolce Vitti” voluta da Istituto Luce Cinecittà.

Fotografie, filmati e video provenienti da importanti archivi pubblici (come quello dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e del Centro Sperimentale di Cinematografia) e privati ripercorrono i quarant’anni di carriera dell’attrice che rivoluzionò il cinema italiano.

“Le attrici, diciamo bruttine, che oggi hanno successo in Italia lo devono a me. Sono io che ho sfondato la porta.”

Così parla Monica, che bruttina non lo era per nulla, ma di sicuro ha saputo mostrare senza veli la sua malinconia, facendo della sua sensibilità il suo punto di forza.

Inizia la sua carriera da giovanissima: a soli quattordici anni debutta in scena con La Nemica di Niccodemi, interpretando una madre di 45 anni che perde un figlio in guerra.
Nel 1953 si diploma all’Accademia d’Arte Drammatica e intraprende una breve ma importante attività teatrale.

La sua fortuna arriva dall’incontro con Michelangelo Antonioni, con il quale inizia una relazione artistica e sentimentale.
Dapprima personaggio secondario dei suoi film, diventa la sua musa per quella che il regista definiva incomunicabilità, a cui dedica una serie di lungometraggi: L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962) e Deserto rosso (1964).

Monica Vitti e Michelangelo Antonioni sul set di “Deserto Rosso” (1964)

Tratto distintivo di tutti questi personaggi è Monica stessa, che in ogni pellicola si dona alla macchina da presa ed è capace di portare ogni sua sfaccettatura nel personaggio che interpreta.

A renderla ancora più magica, la scena che la circonda. Antonioni costruisce ogni inquadratura nel minimo dettaglio: ne studia le luci, le nuance, le proporzioni. Nulla è lasciato al caso, così che Monica – insieme agli altri personaggi – si ritrovano ogni volta dentro un quadro.

L’avventura (1960), regia di Michelangelo Antonioni

La mostra ha un ingresso “immersivo”: bisogna attraversare otto grandi veli su cui sono stampati dei primissimi piani di Monica e, nel frattempo, la sua voce roca – che l’ha tanto contraddistinta – racconta “Adoro la sincerità, la realtà, rappresentarmi mi dava la possibilità di vivere più vite”.

Il suo ritratto ci è restituito da oltre 70 immagini disposte tra le dieci sezioni lungo cui si costruisce la mostra, ognuna dedicata ad un capitolo della vita artistica di Monica Vitti: l’Accademia, il doppiaggio, la lunga e fondamentale parentesi con Michelangelo Antonioni e, infine, la svolta della commedia.

Ogni capitolo inizia con una dichiarazione dell’attrice e una sua fotografia poco nota, che ne richiama il contenuto.

Il percorso della mostra è racchiuso in un’omonimo libro-catalogo, con un’introduzione di Irene Bignardi e varie testimonianze.
Libro e mostra sono curati da Nevio de Pascalis, Marco Dionisi e Stefano Stefanutto Rosa.
L’immagine scelta per la copertina del libro è tratta dal film L’avventura che segnò la svolta nella carriera di Monica.

Così Stefano Stefanutto Rosa ne ha motivato la scelta in un’intervista per Repubblica:

“Nell’immagine scelta Claudia (Monica Vitti) è inquieta e nervosa e quando sente l’arrivo di una macchina, spera che sia Sandro (Gabriele Ferzetti), il suo nuovo amore. Per un attimo si guarda allo specchio, si aggiusta i capelli e si prepara all’incontro. Ma lui non c’è. Un fotogramma che richiama un’altra immagine dello stesso film, diventata affiche del Festival di Cannes 2009, a cinquant’anni dalla sua realizzazione: lei di spalle, a figura quasi intera, affacciata anzi sospesa alla finestra della terrazza della villa siciliana. Qui non è subito riconoscibile l’attrice, ci si limita alla perfetta silhouette. Noi abbiamo invece mostrato il suo viso così fotogenico e tante volte immortalato. Nella nostra memoria vive infatti l’immagine indimenticabile di una donna sensuale, dalla bellezza contemporanea, capace di attraversare il tempo. Una modernità inafferrabile che, insieme al suo essere antidiva, attrice intelligente e ironica, l’ha fatta amare dal pubblico, riservandole un posto nell’immaginario.”

Un personaggio a tutto tondo: donna, icona, musa, se stessa.

Monica Vitti ritratta da Willy Rizzo (1961)