Quando nelle elezioni del 2008 il neonato Partito Democratico si aggiudicò il 33% dei consensi, perse la sfida elettorale e si ritrovò all’opposizione. Nelle successive elezioni del 2013 ottenne poco più del 25% e la maggioranza in uno dei due rami del Parlamento, potendo così formare tutti i governi della legislatura appena conclusa. Sfiorò poi il leggendario 41% alle Europee del 2014, ma il delirio di onnipotenza fu presto tramortito dalle picconate del 4 dicembre 2016, quando il PD renziano perse (male) il referendum sulla riforma costituzionale. Il 4 marzo scorso, il PD si è scoperto più debole di quanto si fosse previsto, e ha perso tutto: le elezioni, la maggioranza dei voti e dei seggi, sette anni di primato sulla scena politica, la vocazione di partito maggioritario, la segreteria. Mantiene malamente un 19% risicato, marcato stretto dalla Lega di Salvini.

Il 33% del 2008, che all’epoca fu una performance fallimentare, ora sembra un sogno irraggiungibile, che i dem impiegheranno anni per tornare ad accarezzare. Il cerchio si è chiuso. E la storia del PD è ugualmente giunta ad un epilogo? Oppure ha solo chiuso una fase, a cui ne seguirà un’altra, diversa?

Nel 2008 venne redatto il Manifesto dei Valori del Partito Democratico, facilmente reperibile sul sito, che si apre così:

La nascita del Partito Democratico ha creato le condizioni per una svolta, non soltanto politica, ma anche culturale e morale, nella vicenda italiana. È in campo una forza che si propone di dare al Paese, finalmente, una nuova guida. Si riapre una speranza, si può tornare a pensare il futuro. Questa grande forza popolare, intorno alla quale si stanno raccogliendo le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese, si pone il compito di mobilitare le energie e i valori del nostro popolo per rimettere questo Paese in cammino. Bisogna fare un’Italia nuova”.

L’ambizione del PD era quella di riunire sotto un unico tetto politico le tradizioni riformatrici italiane, agendo da collante per persone provenienti da storie partitiche diverse, che avessero in comune il desiderio di rinnovamento. Per dirla in altri termini, il PD si proponeva di riassumere tutte le forme di progressismo provenienti dai più grandi partiti politici della Prima Repubblica: la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, quello Socialista, eccetera. Qualcosa che sulla carta doveva suonare come uno scenario faraonico, un progetto da 51%, o perlomeno con una vocazione maggioritaria “ontologicamente” innervata nel progetto politico dei democratici. Niente a che vedere col risultato ottenuto il 4 marzo scorso.

Elezioni 2018: la ripartizione dei seggi uninominali della Camera

Il progetto riformatore del PD si è trovato schiacciato tra un Sud sull’orlo della disperazione ed un Nord geloso di mantenere il benessere sopravvissuto alla crisi. A ciò si è aggiunta l’implementazione, negli ultimi mesi di governo dem, di una legge elettorale chiaramente autolesionista. Il risultato è che la morsa del Nord blu-verde e del Sud giallo si è stretta intorno al collo dei democratici fino a strangolarli. L’assedio di destra e M5S alle “regioni rosse”, le storiche zone di centro-sinistra del Centro Italia, ha prodotto risultati mai visti prima: la Toscana è traballante, l’Emilia-Romagna è praticamente persa. L’Umbria e le Marche, invece, sono rimaste rosse solo sulle pagine di Wikipedia dedicate alle elezioni di qualche epoca geologica (politica) fa.

Per riassumere, il PD ha perso due volte. Ha perso nella dimensione del proprio progetto trasversale, vale a dire nella propria vocazione di partito riformatore. E ha perso in casa propria, vale a dire che ha compromesso anche quei bacini elettorali che sono sempre stati di centro-sinistra. Una sconfitta su due livelli che, forse, decreta la fine del Partito Democratico come l’abbiamo conosciuto finora. La forma, probabilmente, resterà la stessa. Il simbolo rimarrà uguale, il segretario verrà sostituito da un altro, si farà tutto quello che dovrà essere fatto, ma il 4 marzo sancisce la fine del Partito Democratico come l’abbiamo conosciuto finora. Il 4 marzo segna la riapertura del cantiere del riformismo italiano, del centro-sinistra italiano, e del modo in cui le due cose devono dialogare tra loro. E con un’Italia che non è mai stata così divisa.