Nato a Verona nell’agosto del 1862, Emilio Salgari non si allontanò mai troppo dalla sua terra natia, nonostante egli non abbia mai smesso di professare il contrario. Eppure la sua letteratura è esotica e lontana, avvincente proprio perché durante il colonialismo riusciva a far toccare le sponde di distantissimi lidi solo con la fantasia a chi non poteva permettersi materialmente il viaggio.

Come faceva Salgari a ricostruire fedelmente ambienti e culture che non aveva mai avuto l’occasione di vedere? Semplicemente studiando le enciclopedie contemporanee nella biblioteca di Verona, documentandosi in maniera capillare, aiutato anche dalla sua sfrenata curiosità. La sua fu una produzione infinitamente prolifica, (più di duecento opere tra romanzi e racconti!) e di enorme successo: “La tigre della Malesia” (1883-1884) fu il primo dei romanzi a puntate pubblicati su “La nuova arena“, giornale veronese, che ottenne un ottimo riscontro a livello di pubblico, ma non a livello economico. In questo racconto nasce il famigerato pirata di nobili origini Sandokan. Il ciclo di Sandokan, personaggio principale per cui Salgari viene ricordato oggi, nasce dalla geniale intuizione di contaminare il filone malese con il filone indiano, ovvero far confluire i due libri a sé stanti “Le tigri di Mompracem” e “I misteri della jungla nera” in “I pirati della Malesia“, ed è il ciclo più lungo. Le descrizioni dei lussureggianti luoghi esotici per l’appunto dell’India e della Malesia sono talmente dettagliate che è stato possibile identificare la giungla alla foce del Gange!

Certo, essendo tutto questo frutto solo di fantasia e di ricerca sui libri enciclopedici dell’epoca invece che sul campo, Salgari più di una volta è incappato in qualche incongruenza. Anche per quanto riguarda la datazione degli avvenimenti narrati ci sono molte incertezze: il più famoso romanziere d’avventura italiano non riusciva a sbarcare il lunario con i proventi della scrittura, ed essendo incalzato da debiti e scadenze non aveva il tempo di rileggere i suoi scritti prima di mandare il materiale agli editori.

“Quest’uomo, meglio conosciuto sotto il nome di Tigre della Malesia, che da dieci anni insanguinava le coste del mar malese, poteva avere trentadue o trentaquattro anni. Era alto di statura, ben fatto, con muscoli forti come se fili d’acciaio vi fossero stati intrecciati, dai lineamenti energici, l’anima inaccessibile a ogni paura, agile come una scimmia, feroce come la tigre delle jungla malesi, generoso e coraggioso come il leone dei deserti africani.”

Tuttavia, quello che è considerato il vero capolavoro di Salgari, è “Il corsaro nero” del 1898, che narra una storia di vendetta perpetuata dal signore di Ventimiglia, Emilio di Roccabruna (in cui qualcuno ha rivisto un alter ego dell’autore), divenuto corsaro per rifarsi della morte del fratello causata da un tradimento del perfido fiammingo Wan Guld. Emilio giura di uccidere tutta la famiglia di quest’ultimo, ma scopre con orrore che la sua amata è niente meno che la figlia del suo nemico, e decide quindi, seppur a malincuore, di onorare la promessa fatta e vendicare la propria famiglia, abbandonando la fanciulla su una scialuppa in mezzo al mare.

Questo è il primo romanzo del ciclo “I corsari delle Antille“, costruito tutto intorno al Mar dei Caraibi ambientato nel secondo seicento. I sentimenti degli eroi protagonisti e i loro valori, tuttavia, sono sempre gli stessi, da Sandokan a Jolanda: l’onore, la sete di giustizia, l’amicizia, l’amore, il coraggio. Tutti i suoi personaggi sono intrepidi, dominati da passioni estreme, e sono i veri punti cardine dai quali le storie si sviluppano, sia che si arrivi in Cina sia che si stia in Africa, sia che si navighi nei Caraibi, sia che si attraversino le giungle più intricate.

“Cavaliere, – mormorò. – T’amo ancora! – Il Corsaro aveva mandato un grido di gioia suprema e si era stretta al cuore la giovane donna.
[…]
Ed essi forse ignorano quanto io ti ho amata e quanto io ti ho pianta. Honorata, dopo quella notte fatale che ti abbandonai sola, in mezzo alla tempesta, affidandoti alla misericordia di Dio!…” 

Nonostante Salgari abbia formato intere generazioni di ragazzi, non era ben visto né dalla critica né dai benpensanti dell’epoca: i primi lo relegavano a romanziere d’evasione, per ragazzi, di serie b, i secondi lo consideravano volgare e riprovevole; d’altro canto, in un periodo in cui il colonialismo professava la superiorità dell’uomo bianco sulle altre razze, il romanziere faceva di quelli che avrebbero dovuto essere i popoli inferiori i suoi protagonisti, prediligeva le coppie meticce, e metteva i colonialisti sempre dalla parte dei “cattivi”. Inoltre sconvolse l’opinione pubblica con l’erotismo dei suoi personaggi femminili e con le morti crude e violente descritte all’interno delle sue opere. Dalla sua produzione emerge la sua personale avversione per i poteri costituiti, e il suo schieramento dalla parte dei fuorilegge e degli oppressi (non a caso Che Guevara fu un suo grande fan).

Uno scrittore molto moderno per i suoi tempi. Anche troppo. Infatti tutta questa sua verve sovversiva che si ritrova nei romanzi non ha alcun riscontro nella vita reale: Salgari visse nella miseria, perseguitato dai debiti e dalle scadenze, oltre che dagli editori e dalla critica. Anche la malattia di sua moglie contribuì ad aumentare questo fardello, essendole necessaria una massiccia dose cure costose; dunque Salgari si ritrovò a scrivere per molti altri editori oltre al proprio con vari pseudonimi. Quando la moglie venne definitivamente internata in un manicomio, per l’autore fu troppo da sopportare, e lasciò ai figli e agli editori (a questi ultimi con rancore) delle lettere prima di suicidarsi tagliandosi con un rasoio. Nelle lettere ai figli si descrive in tono melodrammatico come un vinto: non solo non era riuscito a trarre ricavi considerevoli dal suo lavoro di scrittore, ma non era riuscito neppure a realizzare il suo sogno di essere un capitano di marina e andare per mare, se non per un breve viaggio nell’Adriatico.

“Leggere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”

È davvero un peccato che Salgari non si sia goduto la fama degli anni avvenire e la rivalutazione successiva operata dalla critica nei suoi confronti, il successo dovuto alle innumerevoli rappresentazioni cinematografiche e persino il sito a lui dedicato (EmilioSalgari.it). Ancora oggi, nel ventunesimo secolo, nonostante la globalizzazione permetta di vedere posti sconosciuti tramite google maps, i suoi libri di avventura vengono consigliati accanto a quelli di Jules Verne e altri grandi, poiché dotati del fascino dell’esotico e dell’ignoto, ignoto che per lui restò tale avendo solo potuto sognarlo, così come può solo sognarlo circondato di un’aura mitica chi è nato nel mondo già globalizzato.

 


CREDITS

Copertina

Immagine 1

Immagine 2

Immagine 3