08:33 am
19 aprile 2018

I robot sessuali come terapia e simbolo di un’oppressione millenaria

I robot sessuali come terapia e simbolo di un’oppressione millenaria

Di Sarah Maria Daniela Ortenzio

I robot del sesso sono diventati uno degli argomenti più dibattuti e controversi degli ultimi anni. La discussione nasce dalla fusione di due elementi: da un lato, l’evoluzione della bambola, finalizzata a soddisfare esigenze e desideri pressoché maschili; dall’altro il tanto agognato, eppure temuto, avvento dell’intelligenza artificiale, potenzialmente capace di capovolgere le carte in tavola e, nelle visioni più apocalittiche, sottomettere l’intera umanità.

Hanno debuttato a partire dal 1997, sviluppati dalla Abyss Creations (ora Realbotix), e progressivamente sono divenuti sempre maggiormente realistici e dettagliati. Sono fatti su misura, secondo le disposizioni del cliente, che, se lo desidera, può ordinare un esemplare che riproduca le fattezze di un essere umano realmente esistente. L’acquirente può personalizzare la sua robot scegliendo tra 14 tipi differenti di vagine, 42 di capezzoli e 20 abbozzate personalità. La vendita delle loro controparti maschili è talmente insignificante che non sono pervenuti dati inerenti alle tipologie di membri e le diverse misure tra cui l’utente può scegliere.

Matt McMullen, creatore dei primi esemplari di robot sessuali

L’inestimabile pregio di questi oggetti, secondo alcuni, è legato a due fini differenti: combattere la prostituzione e la violenza da un lato, poiché comprando robot sessuali gli uomini potranno sfogare le proprie innate e incontrollabili pulsioni su oggetti inanimati e non su esseri senzienti; dall’altro, somministrare i robot a fini terapeutici, come qualsiasi farmaco, per aiutare gli utenti a risolvere le problematiche sessuali. La relazione interpersonale viene sostituita da un rapporto a senso unico con un oggetto dall’ontologia incerta ma programmato per non formulare giudizi o pensieri che non siano direttamente corrispondenti ai desideri del cliente.

Gli argomenti dei loro detrattori, però, non poggiano su fragili fondamenta. La principale militante è Kathleen Richardson, ricercatrice di Etica della robotica, che ha avviato da qualche anno una campagna contro i robot sessuali. Sul sito dell’iniziativa è possibile consultare un saggio dell’antropologa che spiega chiaramente i contenuti cardine della sua protesta e anche perché la diffusione dei robot sessuali produrrebbe un effetto deleterio sulla società, incrementando la cosiddetta cultura dello stupro, costituita da un complesso di comportamenti e credenze che normalizzano e incoraggiano la violenza sulle donne, contro cui si strutturano le principali iniziative del movimento femminista in questi anni.

In primo luogo Richardson afferma che i robot sessuali siano alienanti e disumanizzanti, poiché incentivano una relazione modellata sul rapporto padrone/schiavo; questa caratteristica li renderebbe intrisecamente sessisti, perché incoraggiano la visione della donna come sottomessa o come mero oggetto la cui unica funzione è quella di rendere possibile l’espletamento delle funzioni fisiologiche dell’uomo, unico soggetto della performance. Dunque i robot rischierebbero di rinsaldare ulteriormente questa visione, di fatto legittimando gli uomini a perpetrare la stessa violenza contro le persone vere, senza farsi alcuno scrupolo di sorta (cosa che, in effetti, già avviene). Inoltre i robot sono sempre più simili ai veri individui, grazie all’ausilio di sofisticate tecnologie per renderli indistinguibili dalle persone viventi: la pelle di silicone, la personalità programmata; attualmente la ricerca si sta indirizzando sui meccanismi che potrebbero rendere possibile al robot la posizione eretta e un movimento sempre più realistico.

La riflessione sull’oggettificazione della donna porta direttamente a parlare dello stretto rapporto che intercorre tra la tormentata storia dell’emancipazione femminile e le narrazioni presenti nella cultura di massa a proposito dell’intelligenza artificiale. Secondo Laurie Penny non è un caso che i robot, così come i primi esemplari di intelligenza artificiale, siano quasi sempre delle femmine; nemmeno è un caso che vi siano montagne di storie (film come Blade Runner, Her, Simone sono solo la punta dell’iceberg) sul rapporto tra un uomo (maschio) e un robot (femmina) che mettono in scena i meccanismi psicologici e interpersonali che gli uomini attuano ogni giorno nei confronti delle donne: inizialmente ci si chiede se il robot (o la donna) sia davvero senziente, e come reagirebbe quindi alla sua posizione spersonalizzata e sottomessa; poi l’angoscia che i robot (le donne) possano impossessarsi dei mezzi di (ri)produzione e dominare il mondo.

Come i robot hanno un’ontologia ambigua, poiché le attuali tecnologie non permettono ancora di definirla in maniera netta né di prevedere con certezza la sua evoluzione, così la società patriarcale si interroga sulla natura delle donne: se siano realmente persone, se possano diventare minacciose e stravolgere lo status quo. La paura della risposta spinge molti uomini a considerarle semplici bambole cui poter spezzare gambe e braccia a proprio piacimento. Comunque la si voglia pensare, sembra che i robot sessuali siano il più sofisticato e concreto simbolo della condizione reale di milioni di donne in tutto il mondo ancora nel 2018.

 


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