Questa potrebbe essere la storia di qualsiasi artista o persona che ritiene di avere idee geniali ma che purtroppo non vengono comprese, o per lo meno non ne viene compreso il lato artistico. Ma non è questo il caso. Questa è la storia di Beck.

Nato nel 1970 a Los Angeles, California, da un padre musicista bluegrass (un genere musicale tipico degli stati sud orientali degli Stati Uniti, una commistione di blues, folk e country, ma non solo), David Richard Campbell, e da una madre ”superstar” nella famosissima Factory di Andy Warhol, Bibbe Hansen. E c’è di più. Infatti il nonno materno del piccolo, Al Hansen, è uno dei fondatori del movimento artistico americano fluxus. Per chi non lo sapesse, Fluxus è un gruppo di artisti, appartenenti a vari campi artistici, atto a sperimentare mescolando media e forme artistiche.

Edie Sedgwick e Bibbe Hansen

Le basi erano solide e il giovane crescerà immerso completamente nell’influenza culturale della famiglia, soprattutto della madre, con la quale si trasferirà a Los Angeles insieme al fratello, e del nonno Al, il quale lo ospiterà in Germania in uno dei molti viaggi all’estero. Il ragazzo è molto dotato e trae ispirazione da qualsiasi cosa con cui entri in contatto: hip hop e musica latina, blues e folk , anti-folk, spostandosi  da Los Angeles a New York. Solo per citarne alcune.

Dopo queste peripezie in giro per il mondo però il giovane artista ritorna nella sua città natale per concentrarsi sulle sue idee musicale. Il salario è minimo e la location, un capannone, non è quello dei migliori, ma tanto il successo è immediato. Dopo essersi fatto conoscere nella scena underground ed essersi esibito in qualche locale punk della zona, la popolarità esplode subito nel 1990, quando una demo del ragazzo, ovvero Loser, inizia a girare nelle radio locali e tutte le case discografiche vorrebbero metterlo sotto contratto. Così, sotto consiglio anche del suo amico e compagno di sessioni di regitrazione Karl Stephenson, accetta il contratto della Geffen Records, con la quale pubblicò nel 1994 il suo primo album Mellow Gold.

Il contratto stipulato era semplice: dischi con canzoni semplici e un po’ stralunate che, qualora non avessero avuto successo, avrebbero potuto essere pubblicate da altre etichette minori. In poche parole, essere indipendente anche sotto agenzia discografica. Tracce lo-fi su testi demenziali e divertenti, spaziando tra diversi generi, che gli portarono solo un disco di platino ma che gli bastò per divenire un’icona della scena alternative rock tra quelle persone che si identificavano in quel ”perdente”, conosciuto da tutti come Beck.

Beck diviene il portavoce della generazione X, con il suo modo di fare da nerd o geek, muovendosi tra mainstream e underground, con questa voglia malsana di fumare crack a causa, a detta sua, di Mtv:

Successivamente ci furono altri lavori, tra cui Odelay nel 1996, con cui 2 Grammy Awards per il brano Where It’s AtSea Change nel 2002 insieme al padre come direttore d’orchestra, Guero nel 2005 e Colours nel 2017, tanto per citarne alcuni.

Non lo si può forse definire un’icona degli anni novanta poichè il paragone con altri artisti di quegli anni non tiene il confronto, anche a livello di vendite, ma il fatto che sia il pubblico che molti artisti affermati a livello internazionale ne abbaino compreso e condiviso il talento, ne fa un vero e proprio emblema musicale.

Le collaborazioni sono svariate, si passa da Chris Ballew dei The Presidents of United States of America, con il quale ad inizio carriera fece alcuni spettacoli, Nigel Godrich, che produsse il suo album Mutations del 1998 e un anno prima Ok Computer dei Radiohead, MGMTDanger MouseAndrew Stockdale dei Wolfmother. Ma anche White Stripes e successivamente solo con Jack WhiteP!nkThe Chemical Brothers con la canzone Wide Open.

L’ultima collaborazione degna di nota per poi concentrarsi sul suo ultimo album in studio fu con Lady Gaga con la canzone Dancing In Circles, celebrato dalla critica ed estratto dall’album Joanne del 2016. Insomma, non sono le cifre che fanno di lui una rockstar, ma il fatto che quando si parli di lui, non si possa omettere la parola genio di fianco al suo nome.