‘O mare fa paura, in effetti.

Non parleremo qui di poesia in senso stretto, e con questo non intendiamo offendere nessuno. Perché la poesia, bella o brutta che sia, appartiene a un campo talmente vasto e complesso che non vorremmo mai doverci prenderci la responsabilità di definirla. Qui, però, non parliamo di metrica. Non parliamo di figure retoriche particolarmente arzigogolate o complesse; parliamo, ma non in senso stretto, ecco.

Il poeta, in questo caso, è Eduardo De Filippo. Ammettiamo di essere stati ispirati dal luogo in cui ci troviamo in questo momento, con gli occhi fissi sulla costiera amalfitana e le navi che, in lontananza, arrivano al porto di Napoli. Qui, in quella che è la sua –e anche un po’ nostra- terra, ci è sembrato giusto rendergli omaggio.

‘O mare fa paura, dice Eduardo. Fa paura quando la gente lo guarda la mattina presto, quando è calmo ma sembra che dentro di sé nasconda ogni tipo di pericolo; fa paura in inverno, quando è incazzato e fa rumore; fa paura quando rallegra gli animi, quando rappresenta solo il contorno di una calda giornata estiva, quando inghiotte ogni cosa, quando uccide.

“Che brutta morte ha fatto
stu pover’ommo,
e che mumento triste c’ha passato”.
Ma nun è muorto acciso.
È muorto a mmare.
‘O mare nun accide.

‘O mare è mmare,
e nun ‘o sape ca te fa paura.

Il mare, dice Eduardo, ha una sua anima; è vivo, non rappresenta un oggetto statico: come potrebbe? Eppure, il poeta non si spinge fino a donargli la capacità di sentire emozioni, sentimenti. Lo rende un corpo vivo in una coscienza, purtroppo, morta. Per questo non ha colpe: il mare è mare. E non sa che fa paura. È quasi una forza implacabile, che non riesce a fermarsi. Contiene in sé una potenza che lo rende pericoloso ma, allo stesso tempo, ingenuo come un bambino. È istinto puro, privo di qualsiasi filtro: è natura.

Io quann ‘o sento,
specialmente ‘e notte,
cumme stevo dicenn’,
nun è ca dico:
“‘O mare fa paura”,
ma dico:
“‘O mare sta facenn ‘o mare”.