Il 9 febbraio 2018 muore all’etá di 48 anni Jóhann Jóhannsson. Dalla personalità schiva e riservata, questo musicista ha raggiunto una notorietà crescente a partire dagli anni duemila; si è distinto per le sonorità malinconiche e tenui della sua produzione musicale, le quali lo hanno reso uno degli autori più affascinanti e apprezzati della sua generazione.

Jóhann Jóhannsson è stato un musicista e un compositore islandese che, insieme ad artisti come Björk, Ólafur Arnalds, Sigur Rós e Múm, ha contribuito a plasmare la scena musicale islandese, la quale non a caso negli ultimi anni ha raggiunto un pubblico internazionale. L’aspetto che però maggiormente colpisce dell’attività musicale dell’artista si consta nella difficoltà di racchiudere in un solo genere le sue opere, le quali oscillano dalla modern classical all’ambient music, dall’elettronica alla drone music, dal minimalismo al post-rock. In realtà, la sperimentazione ha costantemente permeato il suo lavoro: un esempio in tale direzione è dettato dalla fondazione nel 1999 della Kitchen Motors, un’organizzazione artistica che ha promosso lo sviluppo culturale e collaborativo tra artisti di diverso settore.

La discografia del musicista conta otto album solisti e undici colonne sonore per film. Le 19 releases, realizzate in circa quindici anni di attività, dimostrano una grande prolificità che, non intaccando la qualità delle opere, ha contribuito a creare un immaginario sonoro riconoscibile. L’autore ha collaborato con numerosi artisti di fama internazionale (Marco Almond, Tim Hecker), ma ciò che ha determinato maggiormente il suo successo sono senza dubbio le collaborazioni nel cinema. Si ricordano infatti le musiche per i film di Denis Villeneuve (Arrival, Sicario, Prisoners), e in particolar modo la colonna sonora per The Theory of Everything (2014), film biografico su Stephen Hawking, che gli è valsa la vittoria di un Golden Globe e una nomination all’Oscar.

La costante ricerca sonora e l’unione di diversi generi musicali ha specificato in maniera particolare Jóhannson, in cui eleganza e cura del suono hanno avuto uno spazio non indifferente nella creazione dei brani. Ad esempio in IBM 1401, A User’Manual (2004) ha utilizzato registrazioni al computer, incise dal padre trent’anni prima, e le ha riadattate per l’orchestra.

Questo atteggiamento esemplifica in maniera chiara la peculiarità del lavoro dell’autore, in cui egli fa dialogare mondi apparentemente inconciliabili; del resto lo stile riconoscibile di Jóhansson esplicita la sua vasta versatilità. Infatti se in Prisoners (2013) i brani si caratterizzano per le sonorità malinconiche e umbratili, in The Theory of Everything le tonalità sono invece più colorate e melliflue. In Fordlândia (2008) viene plasmato un suono orchestrale e impetuoso, mentre in Orphée (2016) gli spazi sonori delineano un ambiente più asciutto e teso. L’autore riesce così a passare da momenti estremamente romantici, come in Dìs (2004), ad altri carichi di una rassegnata sconsolazione, come in McCanick (2014).

Lo spessore intellettuale e l’eleganza di Jóhannson rimarcano quindi un animo struggente che riesce ad essere incisivo ed evanescente, inquieto e suggestivo. E se gli ultimi lavori (The Mercy, Mandy), usciti in questi mesi, da un lato non sono da considerarsi il proprio testamento artistico, dall’altro confermano l’eccezionalità di un individuo, la cui bravura non è stata intaccata dalla prematura morte.