Non è ancora popolarissimo in Italia, al di fuori della cerchia dei connoisseurs. Negli Stati Uniti, però, è riconosciuto come uno dei padri dello stile hip-hop. Dapper Dan è probabilmente il “plagiatore” più fortunato della storia.

Il suo nome, pseudonimo di Daniel Day, è recentemente tornato nei titoli di molte testate internazionali a causa della sua sorprendente collaborazione con Gucci.

Nel Maggio 2017 la casa di moda italiana è finita sotto accusa per aver plagiato uno degli storici pezzi di Dapper Dan: un piumino dalle esagerate maniche a palloncino ricoperte di monogrammi Louis Vuitton, che Day aveva disegnato per l’atleta Diane Dixon nel 1989. Una giacca palesemente simile è stata proposta a Firenze per presentare la nuova resort collection del marchio diretto da Alessandro Michele.

Il web non ha tardato a notare le somiglianze tra i due capi, ma alle accuse di plagio il direttore creativo di Gucci ha risposto che l’intento, piuttosto, fosse rendere omaggio al sarto di Harlem, convinto che gli intenditori avrebbero immediatamente colto la vera intenzione.

Dopo lo scandalo, la collaborazione

Michele non ha comunque tardato a mettersi in contatto con lo stesso Dapper Dan: ora i due hanno sfornato una linea di abiti da uomo, parte della collezione autunno/inverno 2017. Un’altra capsule collection sarebbe in cantiere per la primavera 2018.

In più, Gucci aiuterà Dapper Dan a riaprire la sua storica boutique di Harlem, che ora realizzerà abiti su commissione. Gucci si incaricherà anche del rifornimento di materia prima e stampe originali per i nuovi pezzi di Day.

Gli inizi  

Prima del ritrovato successo, Dapper Dan era stato costretto nel 1992 a chiudere la propria boutique a causa di problemi legati a diverse accuse di plagio. Molto prima che l’haute couture si affacciasse al mondo dell’hip-hop, era lui il punto di riferimento di clienti come Mike Tyson, LL Cool J e Rakim, per cui disegnava pezzi unici incorporando nei propri capi loghi non proprio autorizzati di Gucci, Louis Vuitton e Fendi.

La parte benestante di Harlem, dagli anni ‘20 quartiere tradizionalmente afroamericano di Manhattan, è stata la prima clientela di Day.

“Non sapevo nulla della moda, ma sono riuscito ad arrivarci da solo. Sapevo che moda e cultura sono due facce della stessa medaglia: avevo una buona percezione della moda e della cultura di Harlem, quindi ho iniziato a servire la mia comunità e tutto è sbocciato da lì”

Decenni dopo, pur avendo chiuso i battenti da tempo, la sua boutique è tornata ad essere oggetto di interesse ed ispirazione di molti, tra cui evidentemente lo stesso Alessandro Michele. Il caso di Dapper Dan è un curioso esempio della bizzarra relazione tra l’haute couture e le tendenze che nascono in strada: entrambi prendono in prestito dall’altro, aggiungendo sfaccettature e dando nuovi spunti, in un continuo ciclo in bilico tra la legittima influenza ed il plagio, che ci rimanda all’eterna domanda su chi ci sia arrivato prima.

 

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