19 gennaio 2019

Playlist Lo Sbuffo: Cosa resterà dei primi 2000?

Playlist Lo Sbuffo: Cosa resterà dei primi 2000?

Recentemente sono stato incaricato di compilare una playlist per una macchinata direzione Mantova insieme ad alcune compagne di corso. Subito ho pensato fosse giocoso e accattivante incentrare la raccolta su un periodo storico ben preciso che tutta la mia generazione aveva vissuto intensamente, anche se forse non sempre con consapevolezza: i primi anni 2000.

Ci siamo presto resi conto di aver riesumato brani finiti ingiustamente (?) nel dimenticatoio i quali, sebbene non fossero stati ascoltati per circa quindici anni, erano conosciuti quasi a memoria. Si tratta di dieci canzoni per cui i commenti sono a volte inutili, perciò ne approfitterò per narrare le gesta di queste meteore del panorama musicale italiano anche nel loro percoso successivo al successo. Preparate i fazzoletti, si torna a Top of the pops e al Festivalbar!

Vamos a bailar (esta vida nueva) di Paola e Chiara (2000)

Questo brano vinse il premio radiofonico al Festivalbar del 2000 e per la mia generazione rappresenta uno dei primi approcci musicali alla lingua spagnola (sfiorata nel ritornello). Da piccolo lo confondevo sempre con Aserejé dei Las Ketchup, uscita un paio d’anni dopo: credo che ciò fosse dovuto all’aria internazionale che ho sempre percepito ascoltando Paola e Chiara. Il duo, una delle tante trovate del produttore Claudio Cecchetto (la mente dietro, tra gli altri, a Jovanotti e agli 883), era sbocciato tre anni prima con la vittoria di Sanremo giovani grazie ad Amici come prima ed è stato capace di vendere più di 5 milioni di copie in carriera. Il periodo d’oro si concluse quando scadde il contratto con Sony: da lì qualche raccolta, percorsi solisti, apparizioni nei più disparati programmi generalisti, ma una comune parabola discendente non ancora arrestatasi.

www.mipiacitu di Gazosa (2001)

Prodotto musicale impacchettato dalla lungimirante mente di Caterina Casella (madrina professionale di Elisa e dei Negramaro e a capo di Sugar Music) e composto da quattro elementi, i Gazosa vinsero Sanremo giovani nel 2001 all’età media di quattordici anni. L’estate successiva scoppiò la bomba commerciale www.mipiacitu, titolo accattivante che strizzava l’occhio all’improvvisa diffusione del web: da lì a qualche anno la bolla speculativa smise di fare effetto e la band dovette svegliarsi dal sogno, tentando un colpo di coda nel 2009 senza fortuna. Il singolo andò particolarmente bene grazie alla pubblicità della Omnitel (oggi Vodafone) nella quale venne sincronizzato (termine tecnico ad indicare l’acquisto dei diritti di una canzone da parte di un qualche brand per poterli utilizzare in un loro spot): testimonial era Megan Gale.

Boy Band dei Velvet (2001)

Band romana ancora in attività, dalle chiare influenze britpop; esplose anch’essa al Festivalbar. Certamente una delle canzoni che più ricordo di quel periodo. In macchina, all’autogrill, alle poste o al supermercato: i Velvet erano ovunque, ma questa, a posteriori, si rivelò la loro condanna. Da pezzo ironico e satirico, che nulla doveva centrare con un intento descrittivo, divenne infatti un manifesto che agli occhi della gente riassumeva i loro intenti musicali. Non furono più capaci di invertire la rotta, e ancora oggi il loro nome è associato alla parola boy band.

Tre parole di Valeria Rossi (2001)

Secondo pezzo più venduto del 2001, uno dei video più cult che la discografia italiana ricordi, il successo di questa docile ragazza romana dai capelli rossi fu un vero e proprio miracolo. Per anni infatti cercò invano di uscire dall’anonimato mandando provini alle varie case discografiche (siamo in epoca pre talent), senza ottenere riscontri positivi. Dammi tre parole venne alla luce grazie a una trovata col senno del poi geniale: l’allora ventottenne, ormai esasperata, consegnò il demo abbreviando il nome, così che si leggesse “V. Rossi”. Vuoi tu farti sfuggire l’occasione di ascoltare in anteprima una canzone del Blasco?

Verofalso di Paolo Meneguzzi (2003)

La sparo grossa: il nativo di Mendrisio per un breve periodo è stato considerato the next big thing al pari di artisti come Tiziano Ferro. Come altri personaggi di questa playlist, il teen idol divenne molto popolare grazie al Festivalbar, e il suo poster rimase appeso nelle camerette di migliaia di ragazzine per un bel po’ di tempo, visto che il successo continuò negli anni avvenire, fino a raggiungere il palco dell’Ariston. Non riuscì tuttavia a compiere lo step successivo e negli ultimi dieci anni qui da noi non se n’è più sentito parlare.

La canzone del capitano di Dj Francesco (2003)

Siamo di fronte alla dimostrazione più lampante di che cosa il nepotismo sia stato in grado di fare a livello lavorativo nel nostro paese. Essere figlio di una popstar (suo padre Roby è membro storico dei Pooh) a volte è sufficiente per ottenere un disco di platino. In questo caso si esagerò proprio: si tratta tutt’ora infatti del singolo più venduto del XXI secolo, certificato doppio disco di diamante. Il brano fu confezionato nel migliore dei modi ancora una volta da Claudio Cecchetto: egli, ben conscio del periodo di crisi che il rap stava vivendo in Italia, ritenne perfetta la contaminazione pop e la tematica fiabesca, per rivolgersi al target fanciullesco a cui anch’io appartenevo. A livello aziendale, applausi; artisticamente però, non stupisce che la carriera di Dj Francesco si sia presto interrotta.

Che idea di Flaminio Maphia (2004)

G-Max, Rude MC e Booster G si ritengono parte integrante della storia della scena hip-hop romana, ma, a mio giudizio, ben poco han a che vedere con i vari Cor veleno, Colle der Fomento o la crew Truceklan. A suffragare forse la mia tesi, il fatto che questo pezzo corrispose al loro momento di massima popolarità nazionale, ma non rappresenta esattamente una pietra miliare del rap italiano. Si tratta piuttosto di un goffo tentativo di seguire lo schema del ritornello ballabile, tanto di moda in quel periodo (vedi Gemelli DiVersi). Che io dopo anni me lo ricordi ancora con precisione, malgrado avessi completamente smesso di ascoltarli, ha a che fare più che altro col mio lato trash: ma questa è un’altra storia…

Calma e sangue freddo di Luca Dirisio (2004)

Probabilmente il pezzo tra questi dieci che con meno timore passerei oggi in onda, fossi a capo di una qualche frequenza radiofonica: fedele alla struttura desiderata strofa-ritornello, strofa-ritornello, originale e riconoscibile, l’abruzzese sembrava possedere tutte le carte in regola per rimanere al top a lungo. Invece, dopo questo esordio al numero 1 e la collaborazione nel video col maestro Gaetano Morbioli, non fu capace di replicare il botto e, sebbene sia ancora in attività, nei successivi 13 anni ha pubblicato solo tre lavori.

Cleptomania di Sugarfree (2004)

Pubblicato da Warner, è senza dubbio il mio pezzo preferito di questa playlist e in generale un brano per il quale cerco sempre una valida ragione che giustifichi la sua presenza nei viaggi di gruppo. Ottima l’intuizione di gestire una tematica delicata quale la malattia all’interno di una canzone d’amore, così da raccontare in maniera alternativa l’idea del possesso da parte di un uomo sulla donna. Grazie a quel che divenne il loro cavallo di battaglia, la band catanese fu capace di stare 5 settimane in cima alla classifica FIMI ed ebbe la possibilità l’anno successivo di fare uscire l’album Clepto-Manie, contenente al suo interno l’altro singolo Cromosoma.

Diventerai Una Star dei Finley (2006)

025613… ricordarsi un simile prefisso a memoria a distanza di così tanto tempo la dice lunga sul numero di volte in cui abbia cliccato play sul mio MP3 per ascoltare questo brano quando ero alle medie. Un gran bel pezzo, nel senso che arrivò puntualmente dopo l’ondata punk di American Idiot e simili in un’Italia che cercava proprio quello: con i ragazzini e le ragazzine che volevo la chitarra, la batteria e la frangia lunga. Da lì ben due vittore agli EMA come best Italian act, mica noccioline. Inutile concludere che anche loro non se la stiano passando benissimo, al punto da avermi iniziato a seguire recentemente su Instagram (e non sono esattamente un fashion blogger).

Buon ascolto!


 

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