I legami più stretti, che fanno parte della vita di ciascuno di noi, spesso definiscono chi siamo: definiscono le nostre abitudini, le nostre scelte e i nostri pensieri. Ci plasmano, ci contagiano e ci formano, nel bene e nel male. Sono indiscutibilmente dei legami forti, indissolubili e preziosi. Sono quel “sangue del tuo sangue” da cui non ci si può liberare e fuggire, si può solo che imparare.

Come si impara? Come si riesce a diventare la parte migliore di qualcuno che ci ama, ma che allo stesso tempo talvolta non ci capisce?

Anche nel mondo dell’arte questo quesito è presente. Succede che alcuni artisti perpetuino e traslino sulle loro tele l’intimo e delicato rapporto instaurato tra loro e i propri genitori: la figura del padre o della madre risulta essere fondamentale per la loro formazione artistica. Si tratta di una problematica costantemente attuale, a cui ogni individuo è soggetto ed è per questo motivo che la sua indagine è affrontata soprattutto negli ambiti delle facoltà creative, quali l’arte e la letteratura che hanno promosso l’esplorazione di questa relazione proprio nel secolo in cui è nata la psicoanalisi.

Il conflitto padre-figlio è presente tutt’oggi nella famiglia moderna; essendo però migliorate le condizioni di vita ed innalzato il grado d’istruzione, c’è più attenzione allo sviluppo dell’individuo ed è un legame fondato sull’affetto e sulla confidenza (nei migliori dei casi). Mentre nel passato tale rapporto era freddo e distaccato. Uno degli artisti che più palesemente ha sofferto per questo distacco dalla figura paterna fu Giorgio De Chirico, (nato a Volos – in Grecia– da benestanti genitori italiani: i coniugi Gemma Cervetto e l’ingegnere ferroviario Evaristo De Chirico) considerato il massimo esponente della metafisica.

Il legame col padre è evidente in numerose tele, spesso sotto forma di simbolo.

De Chirico, Piazza d’Italia, 1913

Ne sono da esempio le celebri “Piazze d’Italia”, uno dei temi più caratteristici della produzione pittorica dell’artista, dove si manifesta tutta la sua devozione per la storia dell’arte e per il rinascimento italiano. Queste vedute però non vogliono insegnare, trasmettere, o condividere le sue sono visioni senza finalità pratiche, De Chirico è un vate e un visionario che constata la natura enigmatica dell’esistenza senza cercare soluzioni. Tra i temi affrontati si possono riscontrare: inquietudine, melanconia, viaggio, partenza e arrivo. In correlazione con quest’ultimi due, si nota come l’artista inserisca sistematicamente la presenza del treno come emblema del legame col padre ed elemento che richiama la sua infanzia anche se è da intendere come ricordo carico di angoscia e oppressione.

De Chirico, Il figliol prodigo, 1922, Museo del Novecento, Milano

Opera ancora più esemplificativa è “Il figliol prodigo”, realizzata a memoria del padre, scomparso nel 1905.
Nel quadro, si ammira una piazza, delimitata a destra da un edificio con un porticato. In primo piano, si riconosce un manichino senza volto, il figlio, vivacemente colorato, e suo padre, rappresentato come una rigida statua di gesso, che si abbracciano l’un l’altro. Il manichino viene visto come una sorta di un doppio inquietante dell’artista e senza dubbio rappresenta la soluzione più efficace della tendenza dechirichiana di proiettarsi autobiograficamente in ogni suo dipinto. La lettura dell’opera appare più completa se si considera quanto scritto nelle memorie del pictor optimus:

Mio padre sentiva che la sua fine non era lontana. Un giorno, verso la fine di aprile, andai insieme a lui per
una strada di Atene. Tra me e mio padre, malgrado l’affetto profondo che ci legava, c’era una certa
distanza; un’apparente freddezza, o piuttosto un certo pudore che ci vietava quelle ingenue effusioni delle
persone di mediocre levatura. Si camminava in silenzio, le ombre del crepuscolo scendevano sulla città, ad
un certo momento egli mi prese per le spalle e sentì il peso del suo grande braccio, ero commosso e
imbarazzato. Cercavo di capire il perché di quell’improvviso gesto d’affetto, poi mio padre mi disse: “La mia
vita finisce, ma la tua comincia appena.” Si tornò a casa senza più proferire parola e mio padre tenne
sempre il suo braccio sulla mia spalla.

In questo quadro, l’autore si ispira alla tradizione biblica delle parabole; il manichino rappresenta se stesso, il figliol prodigo, l’uomo del futuro che ha voluto cimentarsi in un percorso originale e inusuale e che avendo speso tutto ciò che possedeva, ritorna immediatamente dal padre, alla statua, alla tradizione. È proprio con questo dipinto che De Chirico mette a tacere i suoi fantasmi del passato e vuole fare finalmente pace con quell’insostituibile figura che odiava e amava al tempo stesso.

Dalì, Ritratto di mio padre, 1925, Museo d’Arte Catalana, Barcellona

Risulta molto curiosa anche la storia di Salvador Dalì, il cui difficoltoso rapporto con la figura paterna ha fatto maturare – come effetto conseguente –la sua personalità eccentrica e narcisistica per cui è noto in tutto il mondo. Il padre, avendo perso il primogenito, pensò bene di chiamare il secondogenito allo stesso modo, forse per non aver accettato la scomparsa del figlio maggiore. Una circostanza un po’ “malata”, che non ha certo giovato all’equilibrio mentale del piccolo Salvador che a soli cinque anni viene portato dinnanzi alla tomba del fratello e come conferma la sua autobiografia (“La vita segreta di Salvator Dalì”) gli viene raccontato di essere la reincarnazione del fratello mai conosciuto e le cui fotografie sono presenti In ogni angolo della casa. Questi ricordi influenzeranno il giovane artista che, quasi per esorcizzare la morte, diverrà eccessivo in tutto.

Questo conflitto genitore – figlio, si sviluppa anche nei confronti della figura materna e diventa fondamentale per un artista sempre irrequieto, che aveva dentro di sé quel qualcosa capace di turbare e affascinare le donne: il giovane, intelligente, cinico e ironico Umberto Boccioni.

Boccioni, Tre donne (La madre, la sorella Amelia e la modella Ines), 1909-10, Banca commerciale italiana, Milano
Boccioni, Nudo di spalle (Controluce), 1909

Negli anni, Boccioni cambiò stili e idee, fu imitatore dell’antico e dei tardi impressionisti, allievo del Liberty, ammiratore del divisionismo e del simbolismo ed ovviamente futurista. Dipinse donne, periferie, ciclisti, se stesso e gli amici, caffè e gru. Ma prima di tutto e sempre, ritrasse la mamma, la signora Cecilia Floriani.

Boccioni, Studio di testa. La madre, 1912, Museo del Novecento, Milano
Boccioni, Materia, 1912, Collezione Peggy Guggenheim, Venezia

È con “Studio di testa. La madre” del 1912 che Boccioni si esercitò a scomporre i volumi del corpo nello spazio che lo condussero poi alla rivoluzione futurista e ad elaborare una delle sue più celebri ed ultime opere, “Materia”, il cui soggetto è ancora una volta la tanto amata signora Floriani. Si comprende, quindi, come l’artista si sia basato su questa figura per maturare il proprio stile, sviluppando d’altro canto un rapporto ossessivo e quasi morboso.

Freud, Ritratto della madre, 1972

Di diversa entità è invece il rapporto tra l’artista britannico Lucian Freud, nipote del fondatore della psicoanalisi, con la figura materna. Nasce a Berlino nel 1922 da una famiglia ebrea e successivamente si trasferisce nel Regno Unito per sfuggire all’ascesa dei nazisti in Germania. Dalla fuga dall’Olocausto, Freud sviluppa un carattere tormentato e sregolato, aggravato dalla difficile relazione con la madre Lucie, che ritiene soffocante e inquisitrice. Forse per rovesciare quel rapporto così invasivo e devastante diventa un dominatore sprezzante nei confronti delle donne. Ciononostante la ritrae diverse volte.

Freud definisce la sua produzione come puramente autobiografica e dice di dipingere:

«[…] le persone che mi interessano e di cui mi importa e a cui penso in stanze in cui vivo e che conosco. […] Voglio che il dipinto sia fatto di carne, i miei ritratti devono essere ritratti di persone, non simili alle persone. Per quel che mi riguarda il dipinto è la persona. Voglio che faccia la stessa impressione della carne».

I suoi ritratti enfatizzano le rughe del viso, le pieghe del corpo e i difetti, cercando di far emergere l’interiorità senza curarsi di abbellirne l’aspetto.