Le infezioni sessualmente trasmesse (Ist), conosciute più comunemente con il nome di malattie sessualmente trasmissibili (mst) o malattie veneree, sono un gruppo di malattie infettive molto diffuse in tutto il mondo, che si trasmettono – come si può intuire dal nome – durante un qualsiasi tipo di rapporto sessuale per contatto con i liquidi organici infetti. L’Oms ha individuato più di 30 differenti agenti patogeni che possono causare infezioni di questo tipo, ed ognuno di questi agisce con tempistiche differenti, manifestando sintomi di volta in volta diversi; se non trattate adeguatamente possono a lungo termine provocare dei seri rischi per la salute.

Ma, purtroppo, l’informazione riguardo a questa tematica è molto carente o del tutto assente. Ogni anno nel mondo si registra un aumento di episodi di Ist, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha calcolato che vi sono 498,9 milioni di nuovi casi, con la media di circa un milione al giorno. Stanno addirittura riaffiorando patologie che si credevano debellate, come ad esempio la sifilide (che in Italia è cresciuta del 400% dal 2000) o la gonorrea, i cui casi in Europa sono raddoppiati tra il 2008 e il 2013. Il Linfogranuloma da Chlamidia è passato in una decina di anni dall’essere classificato come “patologia rara”, nel 2003, a “diffusa”; l’ESSTI (European Seurveillance of Sexually Transmitted Infections) l’ha definita una vera e propria epidemia. I numeri sono veramente impressionanti, se si pensa che dati raccolti provengono anche da paesi europei, in cui sicuramente non mancano le possibilità e le occasioni di informarsi e confrontarsi su queste tematiche.

“In Europa, dalla metà degli anni ’90 alcune MST hanno trovato ‘terreno fertile’ per espandersi soprattutto nelle grandi metropoli e in alcuni gruppi di popolazione maggiormente a rischio (ad esempio, i maschi omosessuali)”

spiega il Professor Antonio Cristaudo, Presidente del 56mo Congresso ADOI dell’Associazione Dermatologi Ospedalieri.
Quali sono le cause? Una minor consapevolezza di sé e una minima (o inesistente) percezione dei rischi infettivi in cui si può incorrere durante un rapporto sessuale non protetto. Insomma, superficialità e sottostima del pericolo.

Una delle categorie più soggette a questi rischi è sicuramente quella a cui appartengono i giovani e giovanissimi; se questi ultimi si avvicinano alla sessualità troppo precocemente, spesso con eccessiva leggerezza e privi delle competenze necessarie per proteggersi dalle eventuali brutte conseguenze delle loro azioni, nei primi è in aumento la tendenza a viverla con maggiore promiscuità, cambiando spesso partner (questo comportamento è senza dubbio favorito ed incentivato dall’utilizzo di chat online e applicazioni per incontri). Ogni nuovo partner rappresenta un rischio di contrarre una patologia, se non si usa il preservativo, strumento che molti dei giovani ritengono utile solamente nel prevenire le gravidanze indesiderate.

L’Unione Europea, posta di fronte a queste spaventose premesse, ha deciso di correre immediatamente ai ripari: il Parlamento UE nel 2013 ha redatto il Policies for Sexuality Education in the European Union, un documento che fornisce direttiva guida su come debba essere insegnata l’educazione sessuale nelle scuole dei paesi membri, analizzando poi i programmi educativi di ciascun paese singolarmente. “L’educazione sessuale”, si legge nell’introduzione della Policy, “mira a diffondere informazioni tecniche e generali, fatti e dati, al fine di creare consapevolezza nella popolazione giovane”, fornirle le conoscenze essenziali e necessarie per vivere la propria sessualità in maniera serena e consapevole. Lo scopo è che ogni paese fornisca ai propri ai bambini, teenagers e giovani adulti informazioni riguardo alla gestione della sessualità e alle sue possibili conseguenze. Il programma proposto non è unico per tutti i paesi ed è di applicazione obbligatoria solo in 24 di essi (in alcuni vigono presupposti ideologici che impediscono l’applicazione delle norme suggerite, in altri mancano i mezzi materiali – ecoomici- per metterle in pratica). Non vi stupirete se vi dico che l’Italia, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Regno Unito è tra i pochissimi paesi in cui l’educazione sessuale è ancora un miraggio. I paesi del Nord e del Benelux sono quelli che hanno i programmi di più alta qualità, mentre negli stati dell’Est e Sud Europa sono scadenti o addirittura inesistenti.

Andiamo a vedere insieme alcuni dei programmi dei paesi europei.

AUSTRIA
In Austria l’educazione sessuale è obbligatoria sin dal 1970, sono i professori ad aver proposto le linee guida al Ministero dell’Educazione, che le ha modificate, definite e approvate. Le lezioni iniziano già dalle scuole elementari, hanno lo scopo di promuovere una mentalità basata sul rispetto reciproco, la collaborazione con i genitori e a fornire le informazioni più “tecniche” e scientifiche (difatti le lezioni di educazione sessuale sono abbinate a quelle di biologia). Non viene trascurata però neanche la parte emotiva dei ragazzi che, durante le lezioni di religione potranno discutere con compagni, genitori ed eventualmente professionisti esterni come gestire le relazioni e le emozioni nella vita di tutti i giorni. Inoltre, caratteristico del programma austriaco, è che i genitori non rimangono esclusi da questo processo di educazione: vengono loro forniti tutti i materiali utilizzati dai loro figli a lezione e sono organizzate delle conferenze sulla tematica alle quali sono liberi di partecipare.

DANIMARCA
Anche in Danimarca l’educazione sessuale è diventata obbligatoria nel 1970, il regolamento è stato poi aggiornato una ventina di anni dopo, nel 1991, sempre sotto le direttive del Ministero dell’Educazione. Obbligatorio per le scuole primarie e il primo anno delle superiori, il programma danese si rivela pionieristico rispetto ad altri in Europa per tra ragioni: l’educazione sessuale integrata con tutte le altre materie scolastiche, gli studenti possono porre domande in qualsiasi momento e l’insegnante può organizzare, in base ai quesiti degli alunni, delle discussioni al riguardo, anche in questo caso con la massima libertà. Inoltre per i più grandicelli vi è la possibilità di invitare dall’esterno degli ospiti (prostitute, omosessuali, persone affette da HIV) a parlare della propria esperienza personale.

OLANDA
L’Olanda introdusse la regolamentazione sull’educazione sessuale nel 1960, ma essa fu sviluppata e approfondita del decennio tra il 1970 e il 1980, dando già i primi risultati positivi: il paese infatti riuscì a raggiungere il minor numero di gravidanze in età adolescenziale di tutta Europa. E l’Olanda non ha mai smesso di ottenere successi da questo punto di vista: studi recenti hanno rivelato che il 97% delle giovani e il 92% dei giovani hanno utilizzato il preservativo durante l’ultimo rapporto. Questo è merito di un programma educativo moto ben organizzato, diviso in fasce d’età, che parte dai 4 anni e – tutto proporzionato all’età dei destinatari, ovviamente – dedica delle lezioni alla conoscenza di sé, del proprio corpo, dei cambiamenti che esso subisce e anche delle relazioni interpersonali anche problematiche (amore, amicizia, famiglia, compagni di classe).

SVEZIA
La Svezia è il paese che prima di tutti ha introdotto l’educazione sessuale: 1942, pioniere assoluto. La prima lezione fu trasmessa per radio nel 1954. Gli investimenti fatti in questo settore sono ingenti, il Governo svedese ha sempre considerato l’educazione sessuale come un modo per formare una popolazione sana e consapevole ma anche rispettosa e tollerante. Questo sembra aver garantito i suoi risultati positivi: gli studi del 2008 mostrano che la presenza del virus dell’HIV è estremamente bassa. L’intento è quello di rompere l’idea che il sesso sia un tabù, permettendo così ai giovani di parlarne più liberamente e di informarsi, facendo domande, all’interno delle scuole stesse. Le linee guida fornite dal Governo sono molto elastiche, grande libertà di manovra è lasciata ai singoli presidi e insegnanti, che possono gestire l’educazione dei ragazzi come meglio credono ma, sempre, nella più totale libertà di discussione e di confronto.

E IN ITALIA?
Nel nostro paese, purtroppo, non c’è nulla di tutto questo. L’educazione nelle scuole è saltuaria e minima, (assolutamente non obbligatoria) e coinvolge solo un numero molto ristretto di strutture, esclusivamente delle scuole superiori, di ragazzi tra i 14 e i 19 anni. Tutto è lasciato nelle mani del preside, che decide come e se prendere parte, eventualmente, a qualche iniziativa.
Non sono mancate le proposte di legge negli ultimi decenni, tra le più recenti ricordiamo quella di Giuseppina Castiello (FI), nel 2015, che mirava a «educare i giovani alla complementarietà tra uomo e donna e alla valorizzazione di un rapporto umano e rispettoso tra i sessi» e l’altra del M5S, che vuole rendere la scuola “una comunità inclusiva volta al superamento di tutte le discriminazioni”.
E, prima o poi, qualche cambiamento saremo costretti a introdurlo. Nel lontano 2010 l’Oms lanciò delle linee guida per per “l’educazione sessuale dei minori in Europa”, un vademecum di 68 pagine in cui viene indicato come introdurre, nell’insegnamento della sessualità, anche un aspetto  ed una visione positivi (non comporta solo rischi, ma è occasione di sviluppo e crescita personale). Nessun “manuale di corruzione per minori”, nessuna “teoria gender”, nessun “spiegano ai nostri figli come masturbarsi!!1!”, semplicemente una serie di informazioni da fornire ai bambini, divisi in fasce d’età in base al loro sviluppo fisico e psicologico. Una proposta assolutamente di buonsenso, che mira (e ci ricolleghiamo a ciò che dicevamo all’inizio) a rendere più istruiti, consapevoli e responsabili gli uomini e le donne di domani, non solo dando loro indicazioni pratiche sulla gestione della sessualità e dei rischi, ma aiutandoli anche a sviluppare sin da piccoli la propria affettività e capacità di relazione. Se questo lavoro non lo fa la scuola, chi si assume questo compito? La famiglia non è sempre il luogo più indicato, e ai ragazzi rimane internet, panacea di tutti i mali, risposta a tutte le domande. E qual è il risultato? 4 giovani coppie su 10 non usano il preservativo durante un rapporto. Che sia per ignoranza, per leggerezza o per superficialità non ci è dato saperlo, ma è evidente che nascondere la polvere sotto il tappeto non sia utile per nessuno e ignorare un problema senza dubbio non lo farà scomparire da solo.

Abbiamo un’istituzione sovranazionale che ci sostiene, abbiamo davanti agli occhi esempi tangibili di nazioni che hanno intrapreso con successo la strada dell’educazione sessuale nelle scuole. Forse, Italia, è ora di darsi una mossa.

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