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21 agosto 2018

Uno sguardo femminile: Women House

Uno sguardo femminile: Women House

Qual è il rapporto tra universo femminile e spazio domestico? Non sempre roseo, non solo di frustrazione, non solo circoscritto alla sfera casalinga, ogni donna potrà dirvi la sua.

Casa come prigione, come sicurezza, come luogo della memoria.

Negli anni molte artiste si sono confrontate sul tema della casa, ognuna secondo la sua prospettiva, ognuna rispetto al suo punto di vista.

Lucia Pesapane e Camille Morineau (co-direttrici della Monnaie de Paris, edificio della zecca della Francia) hanno così deciso di curare una mostra che racchiudesse tutti questi sguardi, dal titolo Women House.

Dopo il successo ottenuto con il debutto a Parigi, l’8 marzo – proprio in concomitanza con la festa della donna – la mostra apre al pubblico a Washington, presso il National Museum of Women.

Come sottolineano le curatrici, la mostra non ha nessun fine politico: non è una mostra femminista, ma femminile. L’esposizione è solo una conseguenza della politica, delle lotte per i diritti: l’obiettivo è creare un racconto della storia dell’arte paritaria nei generi.

Il titolo della collettiva omaggia Womanhouse, progetto degli anni ’70 curato da Miriam Schapiro e Judy Chicago. Womanhouse ha inizio nell’autunno del 1971, quando Paula Harper, storica dell’arte nel Programma d’arte femminista presso il California Institute of the Arts, suggerisce alle due l’idea di allargare i propri orizzonti, trovando un luogo adatto alla produzione e alla gestione di corsi strutturati.

Dopo un anno sperimentale al Fresno State College, Schapiro e Chicago volevano offrire alle giovani studentesse uno spazio dove lavorare concretamente su un progetto e non solo dove “parlare d’arte”.

“The aim of the Feminist Art Program is to help women restructure their personalities to be more consistent with their desires to be artists and to help them build their artmaking out of their experiences as women.  Womanhouse seemed to offer the perfect context for this educational process.”

– dal catalogo WOMANHOUSE

Copertina del catalogo originale della mostra Womanhouse, disegnato da Sheila de Bretteville

Dopo aver trovato una casa ad Hollywood disposta ad ospitare questo progetto, le due direttrici insieme alle studentesse, armate di attrezzi da lavoro e pazienza, iniziarono i lavori, senza scappare a pregiudizi e giudizi da parte del vicinato.

“We know that society fails women by not demanding excellence from them.  We hung in there.  We assured them that they could do it, that the House would be a success, that they were angry because they were being forced to work harder than they ever had before…that it was worth it.  In the end, they came to agree with us, and they developed real pride in achieving what was, individually and collectively, an incredible feat.”

– dal catalogo WOMANHOUSE

La ristrutturazione è terminata nel 1972. Ognuna delle donne, lavorando singolarmente o insieme, aveva realizzato stanze o ambienti: camere da letto, armadi, bagni, corridoi, giardini. L’antica attività femminile di casalinga era stata portata a proporzioni fantastiche. Womanhouse è diventata così il deposito dei sogni ad occhi aperti che le donne hanno mentre lavano, cucinano, cuciono, puliscono, stirano, nello sforzo di raggiungere la più ampia comunità di donne artiste.

Ad aprire la mostra Women House, un calendario dedicato ai vincitori del premio Pritzker, consegnato ogni anno ad un architetto vivente, le cui opere dimostrano una combinazione di talento, visione e impegno, e che hanno contribuito in modo consistente all’umanità e all’ambiente.

Dalla sua istituituzione (1979), bisognerà attendere il 2004 per vedere il premio assegnato finalmente ad una donna: Zaha Hadid. Prima nulla e dopo quasi nulla (nel 2011 lo vince Kazuyoi Sejima).

Hausfrauen – Küchenschürze (Housewives’ Kitchen), Birgit Jürgenssen (1975)

Women House è divisa in otto sezioni, otto diversi punti di vista sull’argomento.

La prima di queste si intitola Desperates housewives e si concentra sugli anni ’70 e sulle casalinghe, vere e proprie protagoniste, come mostra l’opera di Birgit Jürgenssen che fa del suo corpo una cucina a gas ambulante.

Segue la sezione La maison, cette blessure (La casa, questa ferita), in cui la casa è percepita come una prigione. Vi si trova un video della performance di Lydia Schouten che entra ed esce da una gabbia, strofinandosi sulle sbarre. Vi è poi un’altra opera di Birgit Jürgenssen che si immortala schiacciata contro un vetro sul quale è scritto Voglio uscire da qui!.

La terza sezione prende il titolo di Une chambre à soi (Una stanza tutta per sé) e fa riferimento all’omonimo saggio di Virginia Woolf del 1929. Il lavoro del 2007 dell’artista sudafricana Zanele Muholi propone delle foto di donne che amoreggiano protette dalle mura della casa, che diventa in questo caso un rifugio; se per alcune la casa diventa una gabbia, per altre è invece una fonte di ispirazione e reinvenzione del sé.

Katlego Mashiloane e Nosipho Lavuta, Zanele Muholi (2007)

Abbiamo poi Maison de poupée che prende il titolo dalla pièce teatrale Casa di bambola di Henrik Ibsen, dove la protagonista – Nora – è accessorio alla vita borghese. In questa sezione troviamo un’opera inquietante dell’artista Penny Slinger, che con Exorcism House ricrea una casa delle bambole dove si svolgono scene dell’orrore, che l’artista concepisce come “paesaggi interiori”, a sottolineare come l’infanzia sia quel momento in cui si formano gli ideali.

Si procede con Empreints (Impronte). Qui, le opere raccontano assenze di corpi e di luoghi che lasciano, malgrado tutto, delle tracce. Protagonisti di questa sezione poetica sono i luoghi della memoria. Qui, Nazgol Ansarinia ricrea un muro distrutto a Teheran, sua città natale.

Nel sesto capitolo (Costruire è costruirsi) troviamo invece l’opera dell’unica artista italiana che prende parte all’esposizione; Carla Accardi espone qui una grande tenda rosa, simbolo della vita libera, fuori dalle strutture sociali. La sua dimensione imponente, al tempo stesso, evoca una dimensione quasi sacra.

Segue una parte dall’approccio più politico, intitolata Mobile homes, in cui le artiste si confrontano sul tema delle migrazioni e sul moto, inteso anche come evasione; qui Lucy Orta propone Body architecture: tende collettive da indossare.

Body Architecture – Collective wear X8, Lucy Orta

La sezione finale prende il nome di Femme Maison, che prende il titolo dalla serie di dipinti e sculture di Louise Bourgeois. Nei dipinti, le teste e i corpi di figure femminili nude sono state sostituite da forme architettoniche come edifici e case. Femme Maison si traduce dal francese come “casalinga”: letteralmente, “casa della donna”.

Dalla serie Femme Maison, Louise Bourgeois (1985)

Questi dipinti vengono spesso letti dalle femministe come una rappresentazione dell’abolizione dell’identità delle donne nei contesti di casa e di famiglia. Un’altra interpretazione rileva che per Bourgeois, l’architettura simboleggia il mondo sociale che tenta di definire l’individuo, in contrasto con il mondo interiore delle emozioni. La tensione tra figura e architettura rispecchia la dicotomia tra mente e corpo.

Protagonista di questa parte che chiude Women House è un’altra opera di Louise Bourgeois: un ragno dalle dimensioni monumentali che troneggia in un grande salone della Monnaie. Il ragno simboleggia la vita e la madre protettrice, con il suo ventre colmo di uova, ma allo stesso tempo inquieta.

Spider [Araignée], Louise Bourgeois (1995)

Nel corso dell’esposizione, lo spettatore si interfaccia con altre “opere abitabili”, installate nei cortili e nelle sale più ampie. Le sculture incontrano l’architettura. Lo spazio domestico incontra lo spazio pubblico. La donna incontra e abbraccia l’uomo.


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