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24 settembre 2018

“Uomini e No”: fascismo e cultura secondo Elio Vittorini

“Uomini e No”: fascismo e cultura secondo Elio Vittorini

Uomini e no: già il titolo lascerebbe pensare a una dicotomia irreversibile, che non lascia scampo. Una brusca contrapposizione, un muro, perfettamente in linea con quel fervore acceso e implacabile che scuoteva gli animi nel 1945, anno di uscita del romanzo di Elio Vittorini. Anni strani, quelli, sui quali incombeva il pericolo di una nuova retorica, come segnalava Calvino: una retorica dei buoni contro i cattivi, una retorica pedagogica sugli eroismi di una Resistenza sacralizzata, che piaceva poco a chi aveva partecipato a quella realtà. “Avevamo ancora la nostra dose di anticonformismo”, scrive Calvino nella sua prefazione a “Il sentiero dei nidi di ragno”. E Vittorini non mancava certo di acutezza per capire che la questione era più spinosa.

“Uomini e no” non deve essere interpretato come una dicotomia. Siamo a Milano nel 1944, protagonista è Enne 2, partigiano diviso tra i suoi doveri politici e il suo amore impossibile per una donna. Combatte per obiettivi che si sovrappongono in ordine confuso, oppresso dall’angoscia, che emerge significativamente nei capitoli in corsivo, utilizzati da Vittorini come dialogo interiore col suo personaggio. La sua vicenda si sovrappone a fatti esterni: il più significativo fra questi, un uomo che viene dato in pasto ai cani dai fascisti. E alla fine Enne 2 decide di morire: è stato identificato, sa che i fascisti stanno arrivando, ma non scappa.

“Si perdeva, ma combatteva insieme. Mica c’era solo da combattere e sopravvivere. C’era anche da combattere e perdersi.”

“Uomini e no” è la trasfigurazione romanzesca di una più ampia riflessione sul concetto di cultura che Vittorini porta avanti sulle pagine del Politecnico: il fascismo ha commesso dei delitti che la cultura ha insegnato ad esecrare già da secoli. E se questo è stato possibile, bisogna interrogare questa cultura: perché il fascismo ha potuto commettere questi delitti? La cultura antifascista non era stato in grado di impedire le tragedie della seconda guerra mondiale, dunque era fallita: era tempo per gli intellettuali di interrogare le proprie coscienze. Perché, di fatto, il fascismo cos’è? Da qui nasce la riflessione che ha dato vita a “Uomini e no”: il fascismo non è un’entità astratta sulla quale scaricare una colpa della quale nessuno si sente portatore. Vittorini si interroga sulla parola umano: termine curioso, perchè utilizzato sempre in relazione alle vittime, agli offesi. Ma chi offende, allora, che cos’è?  Scrive in “Uomini e no”:

Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg pure. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie loro.”

Il male è una possibilità dell’uomo: la nostra interezza è determinata dalla fusione di pulsioni incredibilmente contrastanti. Esistono, nel nostro modo d’agire, infinite possibilità realizzabili: insegnare a scegliere quale concretizzare fra queste dovrebbe essere compito di una nuova cultura, che liberi dalle sofferenze e impedisca la rinascita dei fascismi, di cui ognuno di noi, dentro di sé, porta il germe.

 


FONTI

“Uomini e no”, E. Vittorini

A. Asor Rosa, “Breve storia della letteratura italiana”

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