14 dicembre 2018

PARITà DI SALARI? UN TRAGUARDO POSSIBILE

PARITà DI SALARI? UN TRAGUARDO POSSIBILE

Un grande traguardo nella storia è stato raggiunto, finalmente le pagine dei libri potranno fissare questa data nella carta, inciderla in maniera indelebile: l’1 gennaio 2018 l’Islanda è stata il primo paese al mondo a rendere obbligatoria la legge della parità di salari tra uomo e donna

Dopo anni di proteste e lotte, un Paese al mondo ha deciso di garantire questo atteso e dovuto diritto a tutta la popolazione femminile islandese. Ma in che modo? Da marzo del 2017 questa legge è stata approvata, e così, tutte le aziende con più di 25 dipendenti dovranno dimostrare con una serie di documenti ufficiali l’egualitario pagamento tra impiegate e impiegati; in caso contrario, saranno costretti a pagare una multa. In realtà l’Islanda non è nuova a questi interventi per conseguire l’uguaglianza tra uomo e donna. A partire dal 2009, infatti, è stata al primo posto del Global Gender Gap Report, il quale fornisce un quadro generale del divario di genere. Questi dati hanno evidenziato come l’Islanda fosse da sempre al primo posto per la partecipazione politica ed economica (basti pensare che circa l’80% dei ministri islandesi sono donne, come lo fu lo stesso presidente della Repubblica Vigdis Finnbogadottir); nonostante, prima dell’approvazione della legge, la disuguaglianza delle retribuzioni era pari al 14-20% in meno per le donne rispetto agli uomini. Fu proprio questo a spingere le lavoratrici islandesi a mobilitarsi per affermare e rendere un diritto universale la parità tra uomo e donna, decidendo così, come protesta, di abbandonare il posto di lavoro ad un medesimo orario. Questa sorta di “flash mob” dimostra (e dimostrò) la grande presa di coscienza volta ad apportare grandi cambiamenti all’intera organizzazione. 

Una consapevolezza dalla quale si dovrebbe imparare, acquisendo le linee direttive vigenti in un territorio che, grazie alle proposte attuate, è riuscito a superare uno dei più grandi ostacoli verso una società socialmente ed economicamente sostenibile. Ancora una volta, purtroppo, a ritrovarsi in questa condizione di “ammiratori” è la nostra amata Italia. Qui, la differenza salariale attestata è del 12,7%, nonostante una legge che prevede la parità salariale e l’Articolo 46 del Decreto legislativo, il quale afferma:

“le aziende pubbliche e private che occupano oltre cento dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile in ognuna della professioni e in relazione allo stato di assunzioni, della formazione, della promozione professionale, dei livelli, dei passaggi di categoria o di qualifica, di altri fenomeni di mobilità, dell’intervento della Cassa integrazione guadagni, dei licenziamenti, dei prepensionamenti e pensionamenti, della retribuzione effettivamente corrisposta”.

Insomma, tutti argomenti che abbiamo già analizzato parlando della riforma attuata in Islanda, con la sola differenza che in Italia, questa uguaglianza, non è ancora stata raggiunta.

L’Italia, però, non è la sola a trovarsi in questa situazione stagnante; al suo fianco si posizionano gli Stati Uniti, dove una donna guadagna 83 cents ogni dollaro guadagnato da un uomo. Anche negli “States” una serie di pratiche sono state attuate, e tra queste ricordiamo il “Lily Ledbetter Fair Pay Act”, proposto durante l’amministrazione Obama nel 2009. Questa iniziativa è fondata sulla trasparenza e la chiarezza, al fine di fare luce sulle dinamiche remunerative e i dati relativi agli stipendi, ma mostrando come la ripresa di questa grande disparità è stata condotta con ritmi troppo lenti, tali da consentire il raggiungimento dell’equilibrio solo nel 2119. Un’ulteriore grande ed essenziale normativa venne introdotta nel marzo del 2017 in Germania, consentendo in questo modo a tutti i dipendenti di poter conoscere la paga di un collega per la medesima occupazione. 

Insomma, se grandi iniziative, alle quali sono seguiti importanti introiti economici a livello sostenibile, sono state attuate, questo ci fa sperare che, presto o tardi, anche altri Paesi potranno assistere e veder approdare nel loro territorio iniziative all’avanguardia sul piano dell’uguaglianza e della legalità.

 

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