Le cento porte di Mea She’arim

Cosa si prova la prima volta che si entra a Mea She’arim, il quartiere di Gerusalemme abitato esclusivamente da ebrei ultra-ortodossi (o ebrei haredim)? Sembra di fare un passo indietro nel tempo, ci si sente fuori luogo e soprattutto osservati. Incrociando una scolaresca di bambini del posto, state certi che guarderanno le vostre sneakers e i vostri jeans con lo stesso interesse con cui voi guarderete le loro piccole kippah (il copricapo indossato dagli ebrei osservanti) e i loro payot (letteralmente “riccioli laterali”). Ci si sente spaesati, perché si è improvvisamente catapultati in un mondo che non si comprende: perché gli uomini sono vestiti tutti allo stesso modo? Perché molte donne indossano un berretto di lana nonostante ci siano venticinque gradi? Perché alcune persone hanno una scatolina di plastica legata alla fronte?

Cheder a Mea She’arim. Foto di ©Armando Moreschi

Ed Sheeran? No, grazie.

La Città Vecchia di Gerusalemme è tanto solenne quanto questo quartiere – uno dei primi ad essere costruiti al di fuori delle mura – è vitale. Percorrendo l’affolatissimo marciapiede della sua strada principale si può sbirciare nelle vetrine che esibiscono cibo kasher, costosissimi articoli religiosi,  vestiti esclusivamente neri, e anche album musicali.

Nella comunità ortodossa, l’uso di internet è poco diffuso, e questo spiega perché il negozio di dischi del quartiere sia solitamente strapieno di gente. Molti ortodossi non ascoltano musica secolare, e questo significa che la classifica dei dischi più venduti dal negozio non è dominata da Ed Sheeran, ma da tale Yossele Rosenblatt, cantore di origini ucraine morto 85 anni fa.

Descrivere la musica religiosa ebraica è difficile, perché non si tratta di un genere musicale, ma piuttosto di un universo a sé stante. Con il loro cantato solenne e le loro basi musicali abbastanza scarne, i brani degli hazzanim (cantori) sono molto vicini all’idea che ognuno di noi ha di musica religiosa. Non è così invece per molte altre canzoni. Artisti come Mordechai Ben David (MBD) – considerato “The King of Jewish Music” – e Avraham Fried, hanno scelto invece di fondere la musica religiosa tradizionale alla musica popolare, creando brani musicalmente molto simili alla musica secolare dei loro contemporanei. Altri si sono spinti ancora oltre: il gruppo a cappella The Maccabeats, ad esempio, ha costruito un repertorio in parte composto da parodie di canzoni celebri, dal tormentone Despacito a Dynamite di Taio Cruz.

Un mondo nascosto

I video musicali prodotti per questi brani sono (a volte involontariamente) divertenti, stranianti, ma soprattutto illuminanti. Ci permettono infatti di dare una fugace occhiata ad un mondo musicale – e prima di tutto umano – generalmente poco conosciuto, sicuramente poco compreso. Un mondo che, come ogni cosa sconosciuta, intimorisce e affascina allo stesso tempo.