12:53 am
23 giugno 2018

Attacchi hacker: una minaccia per la politica (e non solo)

Attacchi hacker: una minaccia per la politica (e non solo)

Ancora un attacco hacker: questa volta a essere colpito è stato il PD. È finito in Rete l’elenco degli iscritti al Partito Democratico in Toscana, con relativi nomi e cognomi, numeri di telefono e indirizzi personali (anche dell’ex premier Matteo Renzi): a rivendicare l’azione è stata la community AnonPlus. Ad Agosto invece ad essere colpito era stato il Movimento 5 Stelle, che aveva visto violata la propria piattaforma Rousseau, utilizzata per le votazioni online del M5S. Anche all’estero gli ultimi appuntamenti politici sono stati segnati da attacchi hacker: in Francia a pochi giorni dalle elezioni sono stati rivelati migliaia di file personali di Macron e negli USA il Partito Democratico ha ripetutamente denunciato attacchi da parte di hacker russi durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali.

Se per i documenti privati rubati a Macron e Hillary Clinton la responsabilità è stata ricondotta a hacker russi (con molti commentatori che si sono spinti fino a individuare un preciso piano di Putin volto a favorire determinate figure politiche in Europa e in America), in Italia è ancora nebbia fitta su questi casi di spionaggio politico. L’attacco alla sezione fiorentina del PD è stato rivendicato da AnonPlus, la nuova sigla dietro cui si nasconde, dopo essere stato cacciato dai canali social tradizionali Google+, Facebook e Twitter, il collettivo Anonymous. Anonymous si dichiara una comunità di hacktivists che intraprendono proteste e azioni “civili” mettendo fuori uso i siti Web di organizzazioni (secondo loro) criminali. Ma più propriamente possono essere definiti l’incarnazione del politicamente corretto nel mondo del Dark Web: a scorrere il lungo elenco delle realtà che sono state colpite dalle loro presunte “operazioni di sensibilizzazione informatica” emergono come bersagli ricorrenti i portali (riservati) di importanti ministeri di Paesi quali gli USA e l’Italia, i siti di governi autocratici in Medio Oriente o in Africa, i servizi online di multinazionali come Trenitalia, Eni e Enel, e perfino, a darsi una patina di idealità neo-bigotta, il sito Web del Vaticano, ripetutamente attaccato nel 2012 con messaggi degni di neo-teologi 2.0, in cui si strumentalizzavano scandali di pedofilia per lanciarsi in critiche sulla morale, la bioetica e ci si lanciava in elogi delle magnifiche sorti e progressive. Negli ultimi anni alcuni dei personaggi che si nascondono dietro Anonymous sono stati individuati dalle Autorità, ma l’organizzazione a cellule, non solo non legate gerarchicamente tra loro ma anche spazialmente inconsistenti, rende difficile l’individuazione completa dei contorni del fenomeno. Ed è eloquente la motivazione della Cassazione per la, pur blanda, condanna a uno delle personalità più controverse del movimento, Gianluca Preite:

Al di là dei valori ideali, quel che conta è il programma che il gruppo si propone: un accordo per introdursi abusivamente su siti altrui. E quello è di norma un reato, a prescindere dalle finalità che animano chi lo faccia, e può certamente costituire il presupposto di un’associazione per delinquere.

Il principio sostenuto dalla Cassazione è ancora difficile da far entrare nella mentalità comune, dove continua a vivere il mito dell’hacker buono, nerd che, anima candida, quando è annoiato si mette a smanettare al computer per il solo gusto di scoprire vulnerabilità che poi, bontà sua, segnalerebbe pro bono agli ignari enti del Web finiti sotto la sua ala protettiva. È stata ancora questa la narrazione mediatica che ha accompagnato l’arresto del giovane studente padovano, individuato dalla Polizia Postale come il responsabile dell’attacco di Agosto alla piattaforma Rousseau. E spesso è anche la strategia difensiva di queste figure una volta che devono rispondere in tribunale delle loro azioni criminali: “Sono solo azioni con finalità conoscitiva, senza scopo di lucro” oppure Sono azioni motivate da ideali largamente condivisi dall’opinione pubblica” (questa era stata la strategia difensiva di Carlo Taormina per Preite).

È ora invece che si prenda coscienza che non esistono hacker buoni, se non quelli che di mestiere, legalmente inseriti in società specializzate, lavorano veramente alla sicurezza informatica. Tutto il resto è criminalità! E non una criminalità da sottovalutare, visto gli enormi riflessi che può avere, potendo colpire la sicurezza personale e collettiva, decisivi processi democratici, transazioni finanziarie e cruciali sistemi di comunicazione interpersonale. Non ci sono hacktivist, ma solo vera e propria criminalità organizzata che minaccia di diventare una moderna Mafia 2.0, che, come quella classica strumentalizzava riti e simbologie per i propri fini criminali, anche questa incombe su di noi come un anti-Stato, come una sovversione del nostro diritto alla sicurezza personale e collettiva.

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